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Martedì 06 Aprile 2010
di Franco La Cecla "Rinascita significa felicita'"

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1952 * 10 FEBBRAIO * 2010 PROCLAMA PER UN MONDO MIGLIORE MOLTO PIU\' FUTURO CHE PASSATO! - Mercoledì 10 Febbraio 2010
PROCLAMA PER UN MONDO MIGLIORE

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1) L'ESPERIENZA CRISTOFANICA. La maggioranza delle tradizioni dell'umanita' ci invita ad aprirci alla trascendenza. Questa ricerca umana non finisce in noi: «cerca Dio», «mettiti in cammino verso l'infinito» - Domenica 05 Settembre 2010
1) L'ESPERIENZA CRISTOFANICA

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PERSONE PARLANTI PER ESSERE CHIESE DELLA PAROLA
Domenica 07 Settembre 2008

PERSONE PARLANTI PER ESSERE CHIESE DELLA PAROLA
(Spunti a partire dalla XII^ Assemblea del Sinodo dei Vescovi su:
la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa)

1. NASCERE ALLA PAROLA
Auto-parlante: noi pensiamo subito allo strumento che amplifica il suono. Ma, in realtà, non c’è modo più bello di esprimere l’originalità della persona. E’ l’essere che, attraverso la musicalità dei suoni, parla da sé e di sé (autòs). Il percorso per arrivarvi è lungo ed esigente, perché una cosa è sapere una lingua e un’altra è diventare parlanti. Ben più che dire parole è un dirsi-darsi nella parola. Il bambino, infatti, viene detto in-fante proprio perché non sa ancora parlare. Il punto critico è che si può essere in-fanti anche sapendo una lingua e parlandola. E’ interessante, al riguardo, il fatto che definiamo infantile uno che parla senza verità e profondità: parola, ma non dice niente di sensato. Diventare parlanti è il traguardo di un lungo perfezionamento, il che implica due cose: a) apprendere una lingua fatta di parole o, meglio, di termini e di regole grammaticali e sintattiche; b) conoscere noi stessi e imparare a tradurci nella nostra lingua personale. La prima cosa è facile; in pochi anni, grazie alla nostra struttura imitativa, il bambino apprende la lingua. La seconda cosa, e proprio perché siamo imitativi (!) è complessa e ardua.

2. I LUNGHI TEMPI DEL NASCERE ALLA PAROLA
Di fatto in una prima lunga tappa della vita ripetiamo i termini o il gergo che ascoltiamo attorno a noi e avviciniamo la realtà per sentito dire. E’ inevitabile. Così si può chiacchierare da mane a sera ed essere assolutamente muti, ignari cioè della nostra parola. Come detto, la lingua la apprendiamo da bambini, in famiglia e a scuola. E già questo ci segna. Ma anche i contenuti delle nostre parole ci vengono dall’esterno, con i condizionamenti della cultura ambientale e dei mezzi di comunicazione, oggi così invadenti. Sono parole prese a prestito, amplificazione dei rumori che stanno fuori di noi. Possiamo quindi farci questa domanda: “Quando nascerà la nostra parola”? E’ una lunga gestazione! Nel frattempo, usiamo le parole degli altri, in attesa del lieto evento - in genere nella maturità - di ri-nascere auto-parlanti, con parole che nascono da noi, da noi risorti alla parola. Qui possiamo capire l’importanza del silenzio: è come una lunga strada da percorrere per arrivare alla culla dove nasce-da-noi la parola, l’auto-parlante! Il silenzio è come il cammino dei Magi: loro per trovare Gesù, noi per trovare in noi il parlante. E, appena lo scopriamo, è “subito Natale”: la parola si fa carne in noi! E allora, come sul bimbo Gesù, così su di noi, gli angeli del cielo cantano: “Gloria in cielo a Dio e pace in terra agli uomini nati alla parola, amati da Lui che è la Parola”.

3. LA PAROLA COME MISTERO UMANO
Nascere alla parola diventando parlanti è un miracolo, bello e meraviglioso . Esso mette insieme quattro realtà, come i punti cardinali e così infatti, tenendone conto, possiamo orientarci nel mondo della comunicazione! La prima realtà è data da il parlante. La seconda consiste nel codice espressivo: la lingua. La terza realtà è data dal significato da trasmettere. E, infine, c’è l’interlocutore, il “tu” a cui si parla. La parola non è quindi mai un'entità isolata e l’io parlante non si parla addosso. Non si è parlanti senza un tu. E’ la sua presenza, la sua influenza, le sue attese che fanno uscire la parola dal nostro silenzio. L'uditore condiziona le nostre parole quan¬to e più dell'argomento. L’io che in noi parla è poi più delle parole che diciamo. Che bello! Diventiamo parlanti in quanto la nostra parola è rivolta a qualcuno non tanto e non solo fisicamente, ma interiormente: il concetto a cui diamo suono con la parola presuppone il concepimento che è una vera forma di amore tra l’io e il tu. Questi quattro elementi sono tutti costitutivi della parola e nessuno di essi può essere isolato dagli altri.


4. LA SCOPERTA DEL PARLANTE DIVINO
L’essere umano allora si trascende nella parola: muore come muto e risorge come parlante! E ne avvertiamo il fascino e la bellezza. L’esperienza dell’innamoramento è l’occasione - ahimé, breve e quasi unica - in cui tutti abbiamo una certa percezione della trasfigurazione della parola. Ma in realtà il passaggio dal regno animale a quello umano consiste proprio nella “rivoluzione linguistica” che è ben di più della scoperta fonica dei suoni. E’ stato questo il salto che ci ha fatto uscire dal regno animale dei versi per entrare in quello umano della parola. Nella religione ebraica, quattro mila anni fa, è avvenuta una scoperta di incalcolabile valore. Le religioni prima di allora erano “sacrificali”, attuavano cioè il contatto con il Sacro - la forza arcana che intuivano oltre e al di là del creato - con l’immolazione di vittime: si uccideva per confessare il potere degli dèi sulla vita. Con Abramo si gira pagina: nasce la religione della Parola con il dialogo Dio-uomo. Si passa dalla lama che sgozza i primogeniti degli animali e degli umani, alla lama che spezza la sordità. E sarà, d’ora in poi, l’ascolto ad aprire il varco al senso divino della vita, così come il non-ascolto lo aprirà all’abisso del non-senso, o della “as-surdità”. Essendosi scoperto dotato di parola e non di versi, l’uomo è ora in grado di aprirsi all’intuizione che Dio stesso sarà un Dio-Parola. Ecco allora che il sacrificio di Abramo non è quello di uccidere il figlio Isacco, ma quello di ascoltare, di rispondere a Dio che gli parla, stringendo con lui un patto sulla parola! Dio è il Dio-per-noi, che ha un parola da comunicarci, una proposta da avanzare, un’alleanza da contrarre. Dio-e-l’uomo, due inter-locutori, alla pari! La religione prima creava il devoto, ora crea l’uditore! Il cuore e il vertice della religione nuova non stanno più nel fare atti sacri, ma l’atto sacro cardine della religione diventa “l’ascolto di Dio”. Da qui il famoso testo della Bibbia: “Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore vostro Dio ha ordinato di insegnarvi, perché li mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,1 ss).
Noi siamo abituati a ragionate sulle cose in un arco di tempo molto breve. Non sappiamo abbracciare lunghi periodi o addirittura, come si dovrebbe, ere ed epoche millenarie della nostra evoluzione. Questo ci rende difficile cogliere la portata della rivoluzione linguistica e come, grazie ad essa, l’umanità abbia potuto fare il salto dalle religioni astrali e sacrificali a quelle della parola, del “patto di parola”, come avviene tra Dio e Abramo. Il mistero della Parola che si fa Carne in Cristo non sarebbe stato possibile senza queste svolte. In Gesù, nella pienezza dei tempi, è portata alla estreme affascinanti conseguenze questa rivelazione: non solo l’uomo è parola, non solo Dio è parola, ma, finalmente la Parola si fece Carne perché – ora lo possiamo capire meglio – in noi la Carne si faccia Verbo.
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5. LA CHIESA, COMUNIONE DEI DUE PARLANTI
Chiesa - significato, ahimé, dimenticato - vuol dire non tempio o edificio, ma assemblea riunita, ossia luogo formale e ufficiale della parola. In quanto assemblea religiosa, essa si qualifica perché i due interlocutori, entrambi con diritto di parola, sono Dio che parla per primo e la comunità umana che parla per seconda. Due fatti storici hanno però oscurato la comprensione di questa natura “parlante/eloquente” della Chiesa. Il primo fatto è l’aver ridotto “il mondo della parola” al solo catechismo, insegnato da chi sa a chi non sa, senza pari dignità di “parlanti”; la conseguenza è che oggi nessuno di noi si sente cristiano se e in quanto prende parola in nome della fede. Il secondo fatto è aver ridotto la pratica cristiana alla Messa; essa pur avendo come parte essenziale la liturgia della parola, lo è solo attraverso alcune letture bibliche e l’omelia; due-tre leggono, il prete parla: tutti gli altri ascoltano, senza parola. La parola assemblea, come fatto cristiano, ci è di fatto sconosciuta: riguarda i condomini non il nostro essere chiesa. A questo riguardo il Concilio ha indicato la svolta necessaria con il ritorno al primato della parola. Da qui il programma pastorale dei nostri Vescovi che ha per titolo “primato dell’evangelizzazione”. Questo però - al momento - non viene capito adeguatamente. Si è dato un certo spazio alla Bibbia, si è allargato il catechismo a pochi adulti. Ma il modello dominante resta ancora quello di “catechismo per i bambini e messa per tutti”. Quella formula indica però un “modello” e uno “stile” nuovi di Chiesa. Al centro non c’è più il “fedele” destinatario di atti e parole dette dal prete o da pochi altri, che sono sempre piccolissima minoranza che lascia intatto il precedente modello. Al centro, invece, ci dovrebbero essere tutti i credenti, in dialogo, in relazione e interazione, partecipi e corresponsabili: questo passa attraverso la presa della parola, non come pretesa o diritto, ma come dono e compito. Nasce da qui il bisogno di trovarsi, di conoscersi, di parlare ed ascoltarsi, di discernere e prendere decisioni insieme. Come? Attraverso il risveglio di quel originale parlante che è il credente. Il nuovo praticante è il parlante! E questo implica un disegno di trasformazione audace e paziente, generosa e creativa di tutto il nostri modo di pensare e fare Chiesa.

6. UN SINODO PER DIVENTARE MEGLIO CHIESE DELLA PAROLA
Quanto abbiamo fin qui detto, sta alla base di qualsiasi desiderio di rimettere la Parola di Dio al centro della vita e della missione della Chiesa. Solo diventando una chiesa di parlanti, le Scritture trovano finalmente riposo, perché la Bibbia senza “comunità di parlanti” resta assopita e addormentata. Come si vede, la Chiesa per attuare quanto indica il tema del Sinodo deve ri-misurarsi con l’intento del rinnovamento a più livelli: culturale, spirituale, pastorale, organizzativa. Per fare della Parola di Dio la sua dimora, la Chiesa ha bisogno di una cultura della parola . L’incontro con noi stessi e ancor più con Dio esige di risvegliare il parlante che è in noi, di penetrare nel segreto della lingua. La via verso noi stessi e verso Dio è la via della lingua, la cultura della parola L’incontro con la parola di Dio è come una spada che trafigge il nostro cuore, le nostre lingue, la nostra anima sonnolenta. E ci sveglia, rendendoci attenti alle realtà essenziali del mondo, delle nostre relazioni, della nostra vicenda umana. E’ la parola - umana e divina – che ci prende per mano e ci introduce nelle profondità di noi stessi, delle nostre relazioni, della società e dei suoi linguaggi. La verità nostra e di Dio come “parlanti” e “interlocutori” sana ed esalta le nostre società entrate nell’era telematica e della comunicazione multimediale. Con i problemi, non ci deve sfuggire l’insospettabile ricchezza del caso. Fino a 50-60 anni fa la vita umana era dedita ai lavori servili. La parola era marginale. Prevaleva il linguaggio della natura e dei campi. In seguito è partita l’epoca della “presa della parola” da parte di tutti i membri della società. Il lavoro stesso, oggi, è parola o avviene avvolto di parole, comunicazioni, incontri, assemblee. Inoltre, la scolarizzazione, con la conseguente iniziazione alla lettura e alla scrittura, è fatto recente. Si tratta di premesse che possono trasformarsi in risorse per fare della nostre comunità cristiane assemblee “loquaci ed eloquenti”. Un gran salto di qualità.
A quasi 50 anni dal Concilio che ha riscoperto la centralità sorgiva della Parola di Dio e la necessità di trasformarsi nella Chiesa dalla e della Parola di Dio, il Sinodo dello scorso ottobre ha fatto un bilancio con luci e ombre. E con l’indicazione di strade di futuro. Questo articolo è solo una premessa per invitare a informarsi sul recente Sinodo dell’ottobre scorso e per sollecitare a leggersi il documento che fra non molto il Papa pubblicherà con i frutti delle sessioni e la sua personale mediazione. Come spero si sia capito, quando si tratta della “parola”, affrontiamo un tema umano e cristiano cruciale per la sorte della vita e dell’umanità, oltre che per il futuro della vita e della missione della Chiesa.

don Gino Moro, fdp


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