Fondazione Mondo Migliore Onlus
Registrati Login: Password:
Fondazione Mondo Migliore Onlus Chi SiamoCosa facciamoIl ProgettoSostieniciFMM
Fondazione Mondo Migliore Onlus
Lingue
News

Domenica 05 Settembre 2010
MESSA NEL II ANNIVERSARIO DEL DIES NATALIS DI PADRE JB CAPPELLARO I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni,

Calendario eventi

- Domenica 05 Settembre 2010
Il° Anniversario del dies natalis di P. Cappellaro

Comunicati stampa

LO SPIRITO DELLA PAROLA. La storia dell'umanita' e' lasciata anche all'iniziativa umana. In questo momento decisivo del mondo, i problemi urgenti della civilizzazione odierna sono argomenti anche religiosi. Pace, giustizia, liberta� - Martedì 07 Settembre 2010
LO SPIRITO DELLA PAROLA.

Storie di vita

5 x Mille
Ringrazio per la tua disponibilità Saluti cordiali don Gino Moro «presidente»

La foto del mese
 
Coltiva la Pace: Custodisci il Creato
 

 

 

LA TERRA IN SVENDITA Ettore Livini SOLO L’ULTIMO ASSALT0 DEI PIARTI AL PIATEA TERRAdi Carlo Petrini
Sabato 31 Gennaio 2009

Territori sempre più vasti dei paesi poveri comprati dalle nazioni ricche:
è il nuovo colonialismo. Al tempo della crisi.
LA TERRA IN SVENDITA
Ettore Livini

Niente carri armati. Zero aerei, soldati e cannoni. Il neo-colonialismo del terzo millennio (copyright della Fao) va alla conquista di nuove terre da sfruttare a bordo di comodi trattori. Spargere sangue per annettersi un pezzo d'Africa, Asia o Sudamerica non serve più. Oggi - per alzarci la propria bandiera - c'è un metodo molto più semplice: comprarselo. Il Terzo mondo, messo in ginocchio dai dazi agricoli e dai capricci dei prezzi delle materie prime, si è messo in vendita. E i paesi più ricchi (ma non solo) - consci che tra pochi anni terra e acqua saranno risorse più preziose del petrolio- fanno già la fila per accaparrarsi le nazioni in saldo.
Questo risiko sulla pelle delle aree più povere del pianeta è aperto a tutti. Si muovono governi, grandi aziende, fondi sovrani, persino i privati. Philippe Heilberg, ex banchiere a Wall Street e oggi numero uno della Jarch Capital (società dietro cui ci sono molti ex- uomini della Cia e del dipartimento di Stato Usa), si è regalato due settimane fa 400 mila ettari di campi fertili in Sudan lungo le sponde del Nilo.
Una maxi-fattoria grande come tutto il Dubai. Venditore: Gabriel Matip, figlio di Paulino, il signore della guerra che da anni controlla in punta di fucile queste zone. Il Madagascar ha "affittato" alla Daewoo per 99 anni 1,3 milioni di ettari, una superficie superiore a quella del Belgio e pari al 50% della terra arabile malgascia. Qui i trattori dei sudcoreani coltiveranno mais e olio di palma da destinare ai consumi interni di Seul. «L'intesa è solo all'apparenza commerciale - commenta Carl Atkins di Bidwell Agribusiness, società di consulenza che si occupa di questo tipo di transazioni - In realtà è sponsorizzata dal governo della Corea del sud nel nome degli interessi strategici nazionali di sicurezza alimentare».
«Siamo di fronte a un fenomeno che non possiamo non catalogare alla voce del neo-colonialismo», ha lanciato l'allarme il numero uno della Fao Jacques Diouf pensando al 70% dei cittadini del Madagascar che vivono al di sotto della soglia della povertà. Ma ferma¬re il vento con le dita è impossibile. La Cina - paese dove l'acqua (scarsissima) vale già come oro - ha messo le mani avanti dal 2007 comprando a suon di renminbi centinaia di migliaia di ettari nelle Filippine, in Sudan e Kazakhstan. La Libia ha barattato uno po' di barili del suo greggio per aggiudicarsi i diritti su un pezzo di Ucraina. Quindici investitori sauditi hanno puntato 4 miliardi di dollari per sviluppare 500mila ettari in Indonesia. Obiettivo: piantare riso da esportare poi in Arabia.
Il problema della FAO e delle organizzazioni non governative - allarmate per le drammatiche conseguenze sui milioni di persone che oggi campano coltivando queste terre - è che le vittime del neo-capitalismo, affamate di capitali e investimenti, sono le prime a mettere la testa sotto la ghigliottina. La Cambogia, ingolosita dalle intese indonesiane, ha messo in vendita pezzi enormi del paese. «Vogliamo incassare 3 miliardi - ha detto orgoglioso Suos Yara, sottosegretario alla cooperazione economica di Phnom Penh - Abbiamo contatti avanzati con Kuwait e Qatan». Che dalla sabbia dei loro deserti riescono a cavare solo petrolio. Stessa musica in Etiopia: «L'asta per i nostri campi è aperta, ci servono tecnologie e soldi» ha annunciato il primo ministro di Addis Abeba Melese Zenawi. Ad accelerare questo suk, che sta ridisegnando la mappa del mondo senza sparare una sola pallottola, è stata la bolla speculativa sui prezzi delle materie prime alimentari del 2008. Il problema, dicono i sociologi, è semplice. La popolazione del mondo cresce a ritmi vertiginosi mentre le superfici coltivabili sono più o meno sempre le stesse. Nel 1960 ogni essere umano aveva a disposizione 4.300 metri quadri del pianeta per il suo sostentamento alimentare. Oggi siamo scesi a 2.200 e nel 2030 il nostro ",spazio vitale" sarà di soli 1.800 mq. Altro che dipendenza dal greggio: «Allargare la terra a disposizione dei propri cittadini sta diventando sempre più una priorità strategica per i governi che sanno guardare più lontano», dice Atkins. Quelli che non sono capaci (o non possono permettersi di farlo) invece vendono.
Le cose tra l'altro, dicono gli esperti, rischiano solo di peggiorare. «La prossima emergenza si chiama acqua - sostiene Chiara Tonelli, docente di genetica all'università degli studi di Milano e consulente dell'advisory group sull'alimentazione della Ue - Il 70% delle risorse idriche viene utilizzato oggi per l'agricoltura e il cambio delle abitudini mondiali dalla dieta vegetale alla carne (per produrre un chilo di riso ci vogliono mille litri d'acqua, per un chilo di carne 45mila) aggraverà questo problema. Ragion per cui chi può va a comprarsi e consumare l'acqua degli altri». La Cina è l'esempio più lampante: a Pechino non manca certo la superficie arabile. Ma la cronica indisponibilità di sorgenti e fiumi ha convinto il governo da qualche anno ad adottare una certosina politica di acquisizioni di terra all'estero (da Cuba al Messico, dall'Australia all'Uganda fino alla Russia e alla Tanzania) che ha consentito di alzare la bandiera rossa su quasi 3 milioni di ettari in giro per il mondo.
Il problema è chiaro (e antico): i paesi più potenti e ricchi si riempiranno in futuro la pancia a spese di quelli più poveri. Offrendo in cambio poco più di un piatto di lenticchie. Ma cosa si può fare per arginare questo fenomeno? La Fao, alle prese con un miliardo di persone che soffrono di fame (un numero che cresce invece di diminuire), ha proposto di avviare un piano di aiuti d'emergenza all'agricoltura delle nazioni più arretrate per non costringerle ad appendere il cartello "Vendesi" sulle proprie terre. Peccato che in piena. crisi finanziaria i big del G-8 non trovino i soldi nemmeno per rimediare alle voragini aperte dalla loro finanza creativa.
La scienza ha la sua ricetta: se le terre non si possono allargare – spiegano pragmaticamente nelle università, si può provare a farle rendere di più. «Oggi il 30% della produzione agricola è perso per stress come malattie e mancanza d'acqua - spiega Tonelli - Una cifra enorme. Basterebbe riuscire a rendere le piante più resistenti alla siccità o recuperare alla coltivazione i terreni marginali per disincen-tivare la convenienza economica allo shopping di terre all'estero». Una risposta di mercato forse più efficace degli appelli della Fao. Le conoscenze scientifiche per arrivare a questi risultati tra l'altro, grazie al sequenziamento dei genomi, ci sono già. Ma le resistenze alle modifiche genetiche, il crollo dei fondi per la ricerca e le lungaggini dei processi d'approvazione non autorizzano a sperano in una rapida soluzione scientifica alle esigenze alimentari del mondo.
La via dunque è stretta ed è in questo crinale sottile che si tuffano tutti, dai governi ai bucanieri della finanza come Heilberg. «Agricoltura? lo non ne capisco niente - ha ammesso il numero uno della Jarch, ex manager della disastrata compagnia assicurativa Aig, dopo lo shopping in Sudan - So solo che questa è terra fertile in una zona instabile. E quando la situazione sarà tranquilla, con la richiesta di asset come questi che c'è in giro per il mondo, noi faremo grandi affari». Nessun rimorso per aver negoziato con un signore della guerra. «So che Paulino ha ucciso molta gente - ha confessato al Financial Times - ma l'ha fatto per difendere il suo popolo».
Pecunia non olet, il denaro non ha odore. «lo ho tutti i giorni sotto il naso la mappa del mondo per cercare nuove occasioni - conclude Heilberg - E sto già guardando al Darfur». Il neo-colonialismo - un'arte raffinata - riesce ormai persino a far combattere le sue guerre dagli eserciti altrui.

Solo l’Ecuador ha riconosciuto i diritti della natura
SOLO L’ULTIMO ASSALTI DEI PIARTI AL PIATEA TERRA
DI CARLO PETRINI
Tutto fa presupporre che il 2008 sarà l'anno che ricorderemo come quello in cui è iniziato un cambiamento epocale. Le crisi finanziaria, ecologia e climatica sono esplose in tutta la loro gravità. È proprio in questi momenti che la terra, la natura, le risorse rinnovabili e la produzione di cibo attirano maggiori attenzioni: sono quell'economia reale a cui riaggrapparsi. Sono il motore di un possibile cam-biamento e si fa gara ad accaparrarsele.
Non è dunque un caso che chi ha sfruttato e vilipeso la Terra, ha generato la crisi finanziaria, ha fatto miliardi con pratiche insostenibili, oggi che si trova con le spalle al muro si getti a capofitto nell'ac-quisizione selvaggia di terre e fonti d'acqua. Non sono certo operazioni che hanno come fine il bene della comunità: il tentativo è di spremere tutto ciò che si può ancora spremere. Bel cambiamento.
Cambiamento è la parola sulla bocca di tutti, è ciò che più ha cavalcato Barack Obama nella corsa alla sua elezione a presidente degli Stati Uniti d'America.
Ovvero l'evento indiscusso del 2008, che farà storia, grazie a un uomo che si presenta promettendo di “imbrigliare il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche»; che promette alla gente delle nazioni povere «di lavorare insieme per far fiorire le campagne, per pulire i corsi d'acqua, per nutrire i corpi e le menti affamate».
In tutto il nostro fare non avevamo mai messo in conto le esigenze della natura, gli equilibri ambientali, uno sfruttamento equo delle risorse e il benessere dei poveri: probabilmente è stato il nostro errore più grande. Credevamo di migliorare la nostra condizione e invece l'abbiamo peggiorata.
Ma dicevamo che il 2008 farà storia. Per l'evidenza delle crisi e l'elezione di Obama, certo, ma forse nessuno lo ricorderà per l'entrata in vigore. di una delle costituzioni nazionali più moderne e intelli-genti del mondo. Il 28 settembre2008, infatti, la popolazione dell'Ecuador ha votato a larga maggioranza la propria nuova costituzione, la prima nella storia in cui vengono riconosciuti i diritti della natura insieme a quelli delle persone e della collettività.
Una carta costituzionale esemplare che, come tutte le costituzioni, è figlia dei propri tempi e recepisce in pieno le nuove esigenze di questo mondo in difficoltà. Nelle roccaforti della democrazia Occidentale la protezione dell'ambiente, delle minoranze etniche e culturali, della diversità e della biodiversità non erano certamente delle priorità nel momento in cui si trovarono a darsi delle regole fondanti: nei periodi post-rivoluzionari o postbellici erano, giustamente, da privilegiare valori come l'u-guaglianza, il lavoro, la libertà.
Oggi, in questo quadro mondiale, in un paese come l'Ecuador, è invece sintomatico come la vera conquista sia rappresentata dall'inedito riconoscimento dei diritti del creato. La portata innovativa del documento però non finisce qui, perché i diritti della natura sono soltanto uno dei presupposti per il «buen vivir»: un concetto chiave, nel documento scritto anche in lingua quichua, «sumak kawsa)!».
Il "buon vivere" nell'opulento mondo Occidentale è connotato da cose superflue, dall'accumulazione della ricchezza; in campo alimentare dallo sfizio costoso, "gourmettistico" o pantagruelico. Tutto ciò è sintomatico di un'altra visione del mondo: il buen vivir in Ecuador è il fine di vivere in armonia con ciò che ci sta intorno e con gli altri. Per perseguirlo hanno messo nero su bianco che va difeso l'ambiente, che la sovranità alimentare è un diritto inalienabile, che i suoli vanno conservati e protetti, che la terra deve essere garantita ai piccoli contadini, che l'acqua non si può privatizzare, che i popoli indigeni hanno gli stessi diritti degli altri, mentre la loro identità, la loro lingua, i loro saperi ancestrali sono importanti come le più moderne tecnologie e la ricerca più avanzata. Hanno però vietato gli organismi geneticamente modificati, vogliono ridurre le emissioni di C02 e dichiarano di voler rispettare la «Pacha Mama», la Terra Madre, «con tutti i suoi cicli vitali, funzioni e processi evolutivi». Propongono un nuovo rapporto e un nuovo equilibrio fra zone urbane e zone rurali, all'interno delle quali anche ai piccoli contadini è garantito il diritto al buen vivir. Niente di tutto questo è rintracciabile in altre costituzioni. Pensiamo ad esempio alla sovranità alimentare: c'è un intero capitolo ad essa dedicato, e non si tratta di un generico dovere di garantire alimenti a tutta la popolazione, ma si pongono le condizioni, economiche ed ecologiche, perché tutti possano godere del cibo che vogliono scegliersi.
Mentre Obama teneva il suo magistrale discorso, pieno di speranza e propositivo in tema di importanti cambiamenti, io pensavo alla nuova costituzione dell'Ecuador e al buen vivir. Mi chiedevo se in un paese come gli Stati Uniti e in tutto l'Occidente, dove abbiamo un'idea completamente diversa del "buon vivere", dove lo ricerchiamo attraverso un sistema economico disumano, del tutto avverso alla Natura, i cambiamenti invocati dal nuovo Presidente Usa potranno davvero trovare terreno fertile. E la metafora non cade a caso: mentre il terreno fertile diventa un bene preziosissimo, comprato selvaggiamente da chi non ha idea cosa sia il buen vivir, si sente anche la mancanza di quel terreno fertile dato da menti aperte, da una nuova visione del mondo. Una visione che si emancipi dai sistemi economici, energetici, alimentari e industriali che ci hanno condotto sin qui, a riporre tutte le nostre speranze nel nuovo capo della nazione che in realtà più di tutte ha esportato quei sistemi insostenibili in giro per il mondo. Tranne .in Ecuador, a ben vedere. (la Repubblica 31.1.2009)


TORNA ALL'ELENCO NEWS

FMM Dove siamo Contattaci Link utili