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Domenica 05 Settembre 2010
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LO SPIRITO DELLA PAROLA. La storia dell'umanita' e' lasciata anche all'iniziativa umana. In questo momento decisivo del mondo, i problemi urgenti della civilizzazione odierna sono argomenti anche religiosi. Pace, giustizia, liberta� - Martedì 07 Settembre 2010
LO SPIRITO DELLA PAROLA.

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UNA NUOVA PROPOSTA SU "BIBBIA&GIORNALE"
Lunedì 23 Febbraio 2009

Dio tra le righe
La lettura come fenomenologia teologica
di Elmar Salmann, OSB


Leggere e scrivere sono, sin dai tempi remoti, i modi centrali della realizzazione   e della trasmissione della cultura e della religione, anche se non ne costituiscono i fondamenti. Lo scrivere, la scrittura e il leggere sono avvolti, portati e determinati da un vitale emanarsi della parola e da un libero, seppur coinvolto in antiche storie, ascoltare, i quali trasformano i loro destinatari e li trasferiscono in un altro mondo. C'è così da pensare al fatto che i grandi fondatori della sapienza così come quelli della religione (Buddha, Socrate, Gesù) non abbiano lasciato nulla di scritto e Platone rimanesse scettico nei confronti dei risultati fissati per iscritto della dialettica dell'insegnamento orale. Annuncio e insegnamento sono per questi maestri modi dialogici della trasmissione della verità, necessitano di una maieutica, la quale richiede la presenza di spirito di persone viventi. Non risulta casuale, invece, il fatto che invenzione della stampa e la Riforma con il suo pathos della Scrittura (oggettivatosi velocemente in una teoria dell'ispirazione letterale contro le stesse intenzioni di Lutero), come anche il successivo sviluppo dell'individualismo della lettura e della fede. siano debitori di un medesimo kairos.
Tuttavia la lettura è sin dall'inizio un mezzo centrale della storia della tradizione: si pensi solo al fondamentale significato della lectio nel contesto di vita del monachesimo. Agostino legge Paolo in un momento decisivo della sua vita; Anselmo. Tommaso, Lutero, Teresa d'Avila e Giansenio leggono Agostino; gli amanti in Dante si infiammano in occasione della loro lettura comune, don Chisciotte si accende di passione grazie ai romanzi cavallereschi: e ogni volta cambiano il modo di vedere la vi¬ta e il mondo e il modo di condurre la propria esistenza.
Anzi, si dovrà parlare di una magia della lettura, che dall'interno sfiora e modifica la sostanza, il significato e la direzione di senso di un'esistenza. Che cosa succede là? Come si realizza la relazione tra scrittura, libro, lettura e lettore? Quali affetti le sono propri? Come accade la tradizione, come si forma e come s'interpreta? Queste sono le do¬mande che vorremmo indagare con la nostra fenomenologia teologica. (1)

Lettura nella Scrittura
Nella stessa Bibbia incontriamo alcune scene di lettura, che possono offrire qualche chiarimento a quello su cui stiamo riflettendo. Già in Matteo la domanda centrale - «Non avete letto?» (Mt 12,3-5; 19,4; 21,16: 22,31: 24,15; Cf. Mc 12,10) - ci spinge al decisivo conflitto tra Gesù e i farisei intorno all’interpretazione della Legge. Come deve essere letta, interpretata e vissuta? Che cosa leggi nella Legge e come vieni da essa giudicato? Quale luce cade sulla tua vita dal comandamento del testo? Lettura ed esistenza si spingono l'un l'altra sul vivo, s'imbattono in una vicinanza pericolosa.
In questa vicinanza si strappa la relazione di antica alleanza e di nuova dottrina e sorge un vortice che non giungerà più a quiete. Finché finalmente - e già pienamente all'inizio, nella prima della sua entrata in scena - il Logos stesso nella Legge, a voce alta e pubblicamente, legge il suo destino, proprio in quel passo che deve proclamare (cf Lc 4,16-20).
Già la precedente crisi delle tenta¬zioni si era conclusa nel segno di ciò che Gesù aveva trovato scritto (cf Lc 4,1-13). Soltanto così aveva potuto discernere tra la volontà di Dio - o meglio tra la Legge e l'inclinazione della sua missione - e l'insidioso richiamo dell'apparente kairos. Solamente alla luce della Scrittura gli era riuscito di contrastare la diabolica distrazione in nome di una più profonda e simbolica rappresentazione della parola di Dio nella vita. Ora tuttavia il Logos stesso legge - e viene a sapere la propria legge di vita dalla Scrittura. Egli e-legge sé e dinanzi alla comunità svela se stesso con e nella lettura.

Nel groviglio delle voci
Curiose ambivalenze e ricchezze caratterizzano quel libro, il quale propriamente è solo un miscuglio di singoli e per lo più occasionali scritti, molto differenti per qualità, e tuttavia viene an-nunciato e indicato nel culto divino quale parola di Dio. Il Dio che parla e sta in silenzio, che dona la Legge e guida la storia, lega la sua presenza efficace e narrabile a un testo, il quale ovviamente comprende in sé e dischiude un contesto sterminato.
Vi si trova una gran quantità di stili e di generi: Legge, racconto, riflessione sapienziale, ammonimento e profezia, prescrizioni sacerdotali e cultuali, preghiere e inni, canti d'amore, e infine i Vangeli, frammenti sonori di una vita - che era e dovrebbe restare una parabola - e lettere, appunto scritti occasionali, precipitati di passati kairoi. Quasi tutti gli scritti della Bibbia hanno origine da una conoscenza orale e mirano a un'attualizzazione orale: a essere letti (recitati) nel senso originario del termine.
E tuttavia sono propriamente scritti. Il Dio unico, l'unica Parola. lo Spirito si legano allo scritto, ai mezzi stilistici, agli agiografi, ai generi, al caso, che si coagulano nel canone. Il curioso e straordinario incontro di casualità e vincolo, di parola originaria e letteratura, di letteratura e definitivo comando, di testo e interpretazione, fa della Bibbia il caso originario della poesia, del testo e della letteratura: a essa la teologia deve sempre di nuovo avvicinarsi.
A essa, come a ogni lettore che cerca di corrispondere alla Scrittura, la Bibbia appare quale testamento, lascito, legge individuale e tuttavia valida e non ulteriormente indagabile, che spinge, anzi costringe a un'interpretazione: deve essere presa seriamente alla lettera, con fatica osservata nella propria storia di vita e tuttavia proprio per ciò deve essere interpretata in ogni nuova situazione. Essa obbliga generalmente in quanto data per conosciuta e validamente in quanto unica testimonianza di una volontà che nel testo è stata depositata; è «l' ultima», disponibile parola, indiscutibile, di fronte alla quale il lettore, con ogni spazio di gioco a lui concesso. deve porsi in obbedienza.
Il testo che egli legge lo legge a sua volta, e diviene comandamento e comando: qualcosa gli viene dato (concesso, senza suo merito trasmesso e inesorabilmente imposto) e posto davanti: a esso egli, pena la privazione della sua libertà come pure dei beni promessi, non può sottrarsi. Diviene figlio ed erede grazie al testamento, che egli compie, e alla eredità incompresa, che egli assume e alla quale egli accede. La storia della tradizione è lettura in quanto successione di eredità, ri-lettura di un testo e di un bene, lasciato da un assente. che proprio in esso rimane presente.
Qui non si tratta di una legge totalmente oggettivabile, che si possa staccare da colui che la dona: no, questa legge viene allora realizzata, tale comandamento viene allora compiuto quando in essi si onora la parola originaria, il datore di ogni bene: se si accolgono, si interpretano e vivono come grazia, se si scopre in essi la sua immagine originaria e la sua impronta. Un'esegesi, che non fosse anche fisiognomica, arte del vedere, si trasformerebbe in moralismo, in costruzione storico-critica oppure in vago arbitrio.
Tale ritratto è racconto animato e animante, perché la volontà del datore non si annuncia in astratto, ma attraverso una sterminata storia, dunque indirettamente. Noi dobbiamo interrogare molte storie, seguirle con il pensiero, interiorizzare e dare conto dell'intreccio tra finzione e fatti reali, tra trascendenza del soggetto divino e suo coinvolgimento in ogni storia. E tutto ciò deve essere di nuovo raccontato e collocato in un nuovo contesto, di modo che resti vitale. Il lettore deve dunque, in un costante andirivieni, leggere tra Dio ed evento, evento e Scrittura. Scrittura e annuncio, conoscenza e vita, vita e la sua origine, che egli chiama Dio e che si manifesta nei te¬sti di nuovo in quanto tale. L'autointerpretazione della Scrittura, la sua forza, che legge la nostra vita e la giudica, la sua presenza nel culto divino, la sua attualizzazione nel kerygma - tutto questo non nasconde che essa è anche oggetto della predicazione, dell'esegesi, della lettura, dell'impiego e dell'abuso dell'arte umana di interpretazione e di distorsione. Ma proprio così essa è presente, in quanto parola di Dio maltrattata, in quanto Logos nel groviglio delle voci: come se soltanto in questo modo potesse finire nell'occhio del lettore e nel cuore dell'uomo.

Il testo crea il lettore
Il lettore, che deve e vuole leggere, è esso stesso un enigma per sé: cerca con¬siglio, istruzione, è aperto per un nuovo mondo. Dover leggere e comprendere (intelligere) è un esistenziale della sua essenza. L'uomo vive in un mondo di letture. È alla ricerca di nuove intuizioni, però può ogni volta comprendere solo ciò che già sa. Quanto più egli si riferisce a sé con consapevolezza, tanto più egli sa del suo bisogno e della precomprensione che determina ogni lettura.
E tuttavia il lettore si trova di fronte a un messaggio, che non sa spiegare a se stesso, che egli non può attingere da se stesso, né da un eventuale precedente sapere. E’ piuttosto ostaggio del testo, catturato e interpellato da esso. Il testo per così dire si crea il suo lettore, gli dà forma e si plasma la sua forza d'immagi-nazione secondo la propria immagine, anzi rivela la propria multistraticità e impenetrabilità anche contro il voler comprendere del lettore, fino al punto che esso mette quest'ultimo in un confronto tale con se stesso e con il proprio passato da dover modificare la sua vita e il suo pensiero.
Se già ogni opera d'arte si forma il suo lettore, tanto più lo fa la Scrittura, parola di Dio detta all'esterno eppure vera. In questo modo la lettura è essenziale, necessaria per l'uomo. Egli deve orientarsi mentre legge. Egli può leggere soltanto ciò che in qualche modo già comprende; interpreta il mondo e il te¬sto a partire da se stesso - eppure rimane, spesso contro la propria volontà, esposto alla possibilità che il testo lo interpreti, lo metta contro se stesso, lasci emergere qualcosa d'inaudito al lettore.
Il circolo ermeneutico di Gadamer, che già ha inciso profondamente sin dentro la carne dell'esperienza e del reciproco rapporto di testo e lettore, si allarga a dismisura, si apre un solco sino a un punto in cui il Logos e il legein, la parola di Dio e l'autocomprensione umana s'incrociano, si feriscono e cat¬turano l'una l'altra.

Lettura come risurrezione
La lettura pertanto è e rappresenta un atto creativo. E poiesis recettiva, Dalla mescolanza delle consonanti sorge, sotto gli occhi del lettore, una struttura, dall'apparente univocità si origina un nuovo sino a quel momento inedito senso, dalla molteplicità una univocità, che in quanto tale non apparteneva al testo. Il vuoto si riempie, l'aspettativa viene riscossa o delusa in modo assolutamente individuale. Il testo viene sciolto e di nuovo ritessuto, posto in un contesto a lui totalmente estraneo, anzi in un certo senso viene di nuovo creato.
La forza d'immaginazione di ogni singolo lettore lo rappresenta in modo nuovo, lo lascia sorgere in sé, lo ri-crea insieme al suo mondo. Perciò il piacere, la gioia e la facilità della lettura sono il suo primo e caratterizzante segno. In quanto processo e scoperta del contenuto, leggere reca gioia, è un diletto. Lì non vi è nulla della tribolazione dello scrivere, della prigionia della scrivania, dell'imbarazzo nella scelta delle parole, della sofferenza dell'insoddisfazione, di cui parlano gli scrittori.
No, leggere è piacere, come cibarsi di un piatto ricco. E contemporaneamente gioia di una poiesis, che non costa troppa fatica. Qui il lettore vive grazie alla licenza offerta dall'assenza dell’autore, che nell' opera ha preso distacco da essa, congedandola per un futuro suo proprio, il quale dipende dalla forza di creazione e dalla capacità d'attenzione del lettore.
Allo stesso modo l'efficacia e la presenza della Bibbia dipendono dalla predicazione e dalla vita dei credenti, dei quali Dio è diventato insieme creditore e debitore. La Bibbia presuppone l'assenza del Logos in mezzo al suo parlare divino-umano, in quanto essa necessita della lettura, della testimonianza, del risuscitamento attraverso l'uomo per poter dire la sua. La lettura risuscita dal libro l'opera, la voce, il messaggio. Sono il canto e la gioia del creare, un miracolo, che richiamano dal sepolcro del libro il Lazzaro della vita, del significato.
Qui sono possibili molti modi di lettura: anche superficiali e fugaci prese di contatto, prime impressioni, soggettive intuizioni, reali e apparenti identificazioni, riferimenti e associazioni ludici. La lettura mette in gioco il testo, lo crea di nuovo, lo circonda e lo ritesse e lo fa vivere. E apre al lettore infinite e impensate possibilità di identificazione, di ampliamento, di approfondimento della sua fantasia, della sua intelligenza, un processo nel quale a lui stesso resta la scelta del piano e della prospettiva della propria collocazione nei confronti del testo.
Leggere è passatempo attraverso la concentrazione del tempo. Scaccia la noia, il vuoto di un tempo frenetico, mentre indirizza l'attenzione del lettore e del suo vuoto verso qualcosa di nuovo, mentre focalizza il tempo passato e perciò raccoglie anche il passeggero ora. Leggere (legere) è una raccolta senza troppo sforzo.
Qui si trova la più grande benedi¬zione della lettura, la sua piccola efficacia sacramentale. Infatti i sacramenti trasformano il modo di vedere il passato, il presente e il futuro e li lasciano ap-parire come presente che ha qualcosa da dire. E cosa altro sarebbe leggere se non un tale significare, nel quale ciò che è lontano si incontra con ciò che è vicino? E infine leggere incanta ed estasia e, mentre sequestra il lettore via da sé verso una lontananza, una novità, un remoto, che tuttavia gli viene incontro.
Dove se non qui potrebbe accadere, in un modo così piacevole, l'amplia¬mento della fantasia, il confronto con altri mondi e l'imparentarsi dell'altro? Ciò che Hans Urs Von Balthasar chiarisce quale evento fondamentale della rivelazione nella sua forma estetica, qui diviene evento quotidiano: leggere quale piccola grazia della rivelazione, dell’apertura del mondo.

Attenzione che trasforma
Si può ora anche prendere in considerazione l'aspetto serio di una tale lettura, la sua forza e violenza espropriante. Nella lettura l'uomo non porta solo il mondo testuale dentro di sé: si ritrova allo stesso tempo, in un modo liberante, ma a volte anche incalzante, fuori di sé: deve sottoporsi a una visione e a un esame, che gli fanno perdere le proprie coordinate e richiedono un cambiamento del proprio orientamento e del proprio modo di vivere.
Il testo diviene volto che ci fissa, signore che ci fa prigionieri, assoluta memetafora, che vuole essere compresa e tradotta nella vita, spettacolo aperto, che richiede il coinvolgimento. Qui l'uomo viene affetto, toccato nell'immediato sentimento di sé ed estraniato: il modo del suo giudicare e valutare si modifica. E questo l'effetto catartico dei grandi testi, che aggrediscono e modificano i modi della presenza a sé e al mondo del lettore.
L'autentico lettore è sprofondato nella lettura, si lascia fare prigioniero da essa, al fine di essere totalmente nella causa e in ciò in un modo nuovo presso di sé, al fine di fare una sosta presso di sé e poi tornare in sé. E in questo duplice movimento egli scopre il senso ogni volta a lui nuovo di sé e del mondo, del testo e dell'evento: meglio: la loro comune verità così lo interpella e gli si addice.
Mondo e fede sono debitori di una tale lettura, nella quale partecipazione attiva e attenzione come passiva consegna e apertura del cuore, ascoltare, vedere e toccare si uniscono in modo sottile. L'interiore disposizione dell'attenzione sarebbe in realtà l'attitudine mistico-ascetica fondamentale, che oggi soprattutto renderebbe possibile qualcosa come la fede e che nella lettura troverebbe il suo luogo naturale.
Ogni lettura vive del circolo tra attesa, pre-giudizio e corrispondenza oppure delusione. Il lettore legge sé e il suo mondo dentro il testo, sino al punto in cui questo lo contraddice in modo evidente e gli impone la propria versione, la cui sorprendente novità richiede da parte sua l'interpretazione e l'incorporamento nel lettore, in modo che possa sorgere un mondo loro comune sul livello della lettura, della fantasia e della vita. Si modificano l'un l'altro e l'uno con l'altro.
Il testo perciò non è semplicemente da leggere, ma richiede un lavoro d'interpretazione, nel quale si rivela contemporaneamente come inesauribile. La lettura conduce a un'esperienza con la (precedente) esperienza, in quanto essa mostra le condizioni, le potenze, le svolte e i limiti di quest'ultima e incoraggia a una nuova svolta e a una nuova scoperta. Una lettura riuscita è in quanto tale una nuova esperienza con quella precedente del lettore e del testo. Dobbiamo attraversare ora il cammino di esperienza esposto nello scritto allo stesso modo di quello del soggetto leggente.
Come ci si avvicina a un testo, come impariamo a leggere? La più distinta arte di avvicinamento a un libro è senz'altro quella di un approfondito sostare presso la prefazione e l'indice, i quali sono entrambi da meditare abbondantemente in modo che da essi vengano alla luce il dinamismo e la logica della pubblicazione.
Entrambi infatti si danno quale indicazione e anche prima misura della comprensione. Ove possibile si possono, a partire da essi, formulare alcune intui¬zioni e questioni, per creare un tipo di tensione dialogica tra lettore e libro. Poi è da esercitare un ritmo di lettura almeno duplice.

Lettura: un metodo
Per prima cosa può essere significativo dare un' occhiata generale al testo, per non fermarsi già a ogni stupidità della quale nessun testo è privo, per quanto possa essere grande. Tale visione generale - a volo d'uccello - serve positivamente a immaginare la struttura fondamentale del libro, a cogliere la sua atmosfera, il suo dinamismo, la sua grazia, a seguirne la spinta e la direzione di movimento, la sua inclinazione.
Si tratta di prendere contatto con la sua aura, di contemplarlo come un tutto a partire dall'occhio interiore, di percepire la sua melodia fondamentale e il suo leitmotiv. Solo allora una precisa e pedissequa lettura sarà sensata, se non si vuole spremere e strappare al testo i pochi pregiudizi e precomprensioni che ogni lettore porta con sé. In tal modo si colgono il sottile lavoro del testo, i punti di contatto, il rapporto tra melodia e sotto- e sopratoni, la sua legge di costru¬zione e le sue misure.
Il testo si mostra a questo doppio procedere quale composizione, struttura di senso, messaggio, esattamente nella sua individualità e nella sua grandezza impersonale. Infatti quanto più importante è un libro, tanto più reca le stigmate dell'esperienza di vita di un autore, tanto più inesorabilmente esso è ovviamente cresciuto attraverso e oltre lui, vi si sono filtrate connessioni pre- e sovrapersonali. Ogni lettura attenta coglierà infine il segreto fallimento dell'opera. Chi non vedrebbe le sconnessioni, le incoerenze, gli strappi nel Faust di Goethe, nella Fenomenologia dello Spirito di Hegel, nelle Critiche di Kant, ne La montagna incantata di Thomas Mann?
E a chi non mancherebbe il respiro in vista della cascata di messianismi falliti dell'Antico Testamento oppure dell’angustia delle rispettive teologie degli scrittori neotestamentari, i quali tutti, rispetto al volto e al destino di Gesù, falliscono eppure in tutto questo riescono a raffigurarli e rappresentarli? Forse addirittura l'altezza e la profondità di un fallimento si danno insieme col nervo centrale, con il vero contenuto. con la forza intrinseca di un'opera.
La buona lettura conduce e costringe dunque verso una seconda e terza lettura, Vi è infatti sempre qualcosa ancora da scoprire e da leggere in controluce. La prima lettura è avvincente, fruttuosa, toglie il respiro, ma spesso è anche opaca, poco chiara, obliqua. La seconda si rivela più mirata e più addestrata, scopre la direzione segreta delle linee, coglie le tracce della messa in scena e della forza del testo, misura criticamente la propria reazione a esso, ha chiara la reciproca influenza.
Solo ora l'orizzonte del testo e quello del lettore possono venire paragonati e confrontati. Qui ci attira e incombe un terzo accesso, nel quale le domande fondamentali cui il testo risponde, il suo rapporto con l'autore e con il suo ambiente, con la storia della sua interpretazione e il rapporto con la biografia del lettore possono essere avvistati. L'esegesi è una tale terza lettura, la quale analizza il testo nel particolare e lo colloca nel grande ambito della letteratura e del divenire storico. Questo terzo sta-dio dell'avvicinamento non dovrebbe mai separarsi dalle prime due tappe, se non vuole operare in modo sterile e fastidioso, mentre la prima lettura già in sé possiede la sua giustificazione e il suo diritto e - ancora di più - il suo incancellabile charme.
Infine sarebbe da salvaguardare e sempre di nuovo da conquistare la contemporaneità di distanza e di vicinanza tra il testo e il lettore. Qui potrebbe essere d'aiuto leggere a sé stessi a voce alta passaggi decisivi, in modo da percepire melodia e pretesa del testo. Per poi, a occhi chiusi, ricostruire in sé stessi la sua inclinazione di senso, la sua segreta verità, e per così dire lasciarli emergere dinanzi all'occhio spirituale e tenerli insieme con la verità e l'effettività della propria vita: lo sguardo sin ottico quale punto di fuga e decisiva prospettiva centrale di ogni lettura, che si espone alla propria ottica e alla verità dello scritto.

Bene-dictio
Leggere si rivela come esercizio: e molti testi classici della filosofia sono in quanto tali a ciò concepiti. In questo la Scrittura e la realtà divengono metafora l'una per l'altra, permanente e precario passaggio tra Logos e natura, Dio e uomo, testo e vita, linguaggio e cose.
Un tale maieutico esercizio sarebbe oggi necessario, oscillando noi tra noia depressiva e monotonia («nulla parla più - tutto è pesante») e maniacale stordimento di una semiotica infinita («tut-to parla - tutto è leggero») e non trovando più orientamento. Nella lettura «simbolica» accade invece la transustanziazione e transignificazione del testo, della Scrittura (che appaiono quali messaggi di vita) nonché di una vita, che dallo spirito della Scrittura si orienta e si rigenera. Il mondo stesso diviene leggibile: l'uomo impara a relazionare la sua biografia e la sua storia con le sue letture (Ida Friederike Goerres ha parlato di «provvidenza della lettura», che guiderebbe una vita spirituale ben condotta): sorge davanti ai nostri occhi la «mitobiografia» del singolo e dell'intera epoca, la loro fisionomia spirituale.
La fede sorge dallo spirito di una tale lettura nella connessione e nell'incrocio tra la story della Scrittura e la biografia imposta a ogni uomo, che egli prima di tutto è e deve pur sempre di nuovo stendere e comprendere. E con entrambi i modi di lettura, quello del libro e dell'esistenza, non giungiamo mai a una fine - a nostra maledizione e a nostra grazia, per nostra dannazione e per nostra fortuna: la vita quale atto indefinibile di lettura di una metafora infinita, quale decifrazione di un volto, quale comprensione sempre nuova e sempre diversamente fallita del non detto, di come esso si dà e si rappresenta in ogni testo, soprattutto nella sacra Scrittura.
E forse il punto più alto di un riuscito compenetrarsi di Scrittura e vita è dato nei Salmi, dove la parola rivolta al lettore si fa così strada nel mezzo della sua persona che il testo si trasforma in preghiera, anzi in canto, che dalla sua bocca di nuovo risale verso quello sfondo, dal quale è derivato: vera bene-dictio, in cui la spigolatura (2) si trasforma in raccolto e in parola vivente, in un buon discorso, nel quale in modo veritiero si parla della terra, dell'uomo e di Dio: vera maturità, una libertà che si deve a un liberante consenso e si rivolge in modo libero alla propria origine.

ElmarSalmann*
* Il testo è l'appendice - «La magia della lettura» tradotta dal tedesco da Armando Matteo, assistente nazionale della FUCI - del volume a firma del monaco benedettino p. Salmann che sarà prossimamente pubblicato dalle EDB con il titolo Scienza e spiritualità, Affinità elettive, se-conda uscita della collana, promossa dall’Ufficio nazionale della CEI per la pastorale universita¬ria, «Spiritualità dello studio».
1. Il testo fa riferimento alla ricerca dei fondamenti della metodologia teologica, sul confine tra esegesi, dogmatica e filosofia. Sulla dialettica di parola e scrittura: I. U. DALFERTH, «Gesprochen, geschrieben, gedruckt. Von Vieldeutigkeit der Schrift und der Eindeutigkeit des Wortes Gottes», in Archivio di filosofia 60(1992), 291,ss; O. BAYER. Theologie, Guetersloh 1994, 36-105; H.U.VON BALTHASAR, «Sehen, Hoeren und Lesen im Raum der Kirche», in Sponsa Verbi, Einsiedeln 1960, 484 ss: è fondamentale K.HUZING, Homo legens. Von Ursprung der Theologie des Lesens, Berlin 1996 (sebbene il libro tratti più della scrittura che della lettura): ID., Das erlesenee Gesicht. Vorschule einer physiognomischen Teologie, Guetersloh 1992, 104-148.
2. In tedesco "Nachlese” significa sia «spigolatura» sia «rilettura».
IL REGNO ATTUALITA’ 2/2 2009 pp. 27-31

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