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Domenica 05 Settembre 2010
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LO SPIRITO DELLA PAROLA. La storia dell'umanita' e' lasciata anche all'iniziativa umana. In questo momento decisivo del mondo, i problemi urgenti della civilizzazione odierna sono argomenti anche religiosi. Pace, giustizia, liberta� - Martedì 07 Settembre 2010
LO SPIRITO DELLA PAROLA.

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di GC. Zizola STATO\CHIESA I DEMONI DEL POTERE
Martedì 29 Settembre 2009

CHIESA /STATO
I DEMONI DEL POTERE
di GC. Zizola
Nella sua controversa vicenda storica di relazioni con i regimi politici la Chiesa ha conosciuto fornicazioni non meno che stagioni di tensioni e di contrasti. Non potrebbe stupire dunque se anche ai nostri giorni essa sia esposta a contestazioni e a crisi a causa precisamente dei suoi compromessi, palesi od occulti, con i poteri temporali. Anche se dopo gli impegni presi nel Concilio Vaticano II la Chiesa che si venda per i piatti di lenticchie dei privilegi concordatari suscita un'allibita disaffezione nei suoi fedeli, per l'oscuramento della sua stessa anima e l'appannamento della sua libertà.
 
L’attacco all’Avvenire
Nel caso dell'assalto proditorio che l'ha collpita verso la fine dell'agosto 2009 nell'amata, «cattolica» Italia, con l'attacco infamante del «Giornale» controllato dalla famiglia Berlusconi, a Dino Boffo, direttore da 15 anni del giornale dei vescovi «Avvenire» e leader del sistema comunicativo della Chiesa, infine dimessosi da ogni incarico, la vicenda poteva sorprendere solo quanti si ostinavano a credere, più per pigrizia fideistica che per lealtà analitica, che tra Chiesa e Stato in Italia tutto corresse sui binari della più convenzionale regolarità.
Al contrario, era da tempo che si moltiplicavano i brontolii del temporale in arrivo, anche se solo alcuni, preferibilmente fuori d'Italia, si facevano la domanda se il Vaticano e la Chiesa cattolica italiana non si preparassero in realtà a cessare di sostenere più o meno discretamente il governo di Silvio Berlusconi, o preferendo altri interlocutori politici più credibili, oppure maturando infine una linea critico-profetica come quella raccomandata dal Vaticano II per i rapporti tra Chiesa e comuniità politica.
Egualmente non poteva non disgustare il contenuto e il modo del «character assassination perpetrato contro un «cattolico lateranizzato» (usiamo il qualificativo a suo tempo attribuito a un giornalista antifascista come Giuseppe Donati), per aver deluso le ferree prescrizioni del regime al comando con alcune fustigazioni in realtà vellutate sulla disumana politica governativa in materia di immigrazione e su alcuni comportamenti di Silvio Berlusconi che sollevavano imbarazzo e proteste anche in ambito cattolico, tanto che erano già manifestate pubblicamente da esponenti autorevoli della curia romana e della stessa Cei. Non era il cattocomunista, non il contestatore, non il dissenziente a trovarsi colpito dall'ondata del delirio di onnipotenza del Satrapo e dei suoi servi: era paradossale osservare che a essere «violentato» dal cortigiano del «Giornale» era un soggetto organico come pochi alla linea pastorale, culturale e politica di cui era stato signore assoluto per circa vent'anni il cardinale Caamillo Ruini, titolare di una sorta di delega illimitata da parte di Giovanni Paolo II sulle vicende italiane. E il giornale da lui confezionato ne rifletteva la visione gerarchica, con opzioni ecclesiali partigiane, anche se con plausibili integrazioni sul piano dellla cultura e della politica internazionale.
 
Il mandante
A turbare erano specialmente le insinuazioni di pretta marca neo-nazista sulla presunta omosessualità di Boffo, basate su un documento extra-giudiziario di dubbia provenienza e autenticità, fragile supporto di un'aggressione ignobile alla quale nessuna finalità ostentatamente moralizzatrice avrebbe potuto prestar una qualsiasi giustificazione, per qualunque essere umano, fosse pure un criminale confesso.
In una vicenda confusa, ancora gravata da oscurità e imposture, siamo messi su una buona pista dalla sofferta ma al contempo assai lucida lettera di dimissioni inviata da Boffo al suo referente istituzionale, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana cardinale Angelo Bagnasco. In alcuni passaggi più che allusivi, il dimissionario portava in campo un soggetto politico occculto, che indiziava come mandante dell'operazione. Egli scriveva che «Un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non lo avrà domani». Tale «opaco blocco di potere» era connotato come sostanzialmente «dissacratorio». Pur precisando di essere stato coinvolto «in una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti, ambizioni in incubazione», Boffo ammetteva candidamente la sua sorpresa per il trattaamento inflitto a un «libero cronista» che non aveva mai «messo in campo pregiudiizi negativi» verso le istituzioni politiche, «neppure nei confronti dei governi presieduti dall'onorevole Berlusconi».
Notevole inoltre che la lettera, se da un lato esprimeva soddisfazione per la «coralità» con cui la Chiesa si era schierata a difendere il suo uomo nell'ora della prova, dall'altro si serviva di un anagramma fin tropppo eloquente per criticare il direttore delll'Osservatore romano Gian Maria Vian, riconoscibile come «vanesio irresponsabiile» che «ha parlato a vanvera», il quale aveva preso le distanze dalla linea critica, per quanto riguardosa, adottata dall'Avvenire, in particolare sugli stermini degli immigrati respinti in mare per decreto di Stato e sul porno pure di Stato. «I rapporti tra Italia e Santa Sede sono buoni» assicurava Vian in un'intervista al «Corriere della Sera» (31 agosto) nella quale confermava che taluni editoriali del giornale catttolico italiano avevano destato sconcerto Oltretevere.
Il messaggio si lasciava decodificare nella sua duplice fiancata, quella dell'urto della Chiesa coi poteri forti (di cui l'offensiva del «Giornale» non era che un aperitivo) e quella delle non risolte contraddizioni interne della Chiesa. Pertanto la bufera Boffo, che egli stesso avvertiva «lungi dall' attenuarsi», non era che il segnale di una partita assai più complessa e probabilmente anche dura in corso da un lato tra Chiesa e Stato, dall'altra all'interno della Chiesa stessa, dove la linea ratzingeriana dell'indipendenza spirituale e della non ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato veniva facilmente interpretata dalla destra ecclesiastica alla maniera di un monsignor Fisichella, come un invito ai vescovi ad «astenersi dall'interrvenire criticamente sulle leggi dello Stato» ( Cfr. Corriere della Sera, 3 settembre 2009). Sul piano dei rapporti tra Chiesa e Stato, la S. Sede non tardava a individuare nell'attacco a Boffo un'operazione di più largo respiro strategico sviluppata tra i poteeri forti , inclusa la massoneria, mirata al controllo politico della Chiesa come la sola forza reale dotata di capacità di opposizioone in Italia rispetto all'arbitrario del potere politico.
 
Una nuova Chiesa del silenzio?
I rapporti tra Chiesa e Stato si affermavano buoni e normali, tuttavia era innegabile una tensione che andava aggravandosi a misura delle dichiarazioni provenienti anche da autorità della Santa Sede critiche nei confronti della politica dei respingimenti degli immigrati, al punto di averla paragonata all'Olocausto. Era «Famiglia Cristiana» a denunciare la volontà di mettere il bavaglio alla Chiesa, a ipotizzare anzi una nuova Chiesa del silenzio, asservita ai poteri forti, un silenzio tanto più paradossale mentre si discuteva dei presunti silenzi di Pio XII sulll'Olocausto.
«Ogni volta che vescovi, parroci o mass media cattolici fanno sentire la loro voce» scriveva il settimanale cattolico - c'è chi parla di «indebite ingerenze», minaccia ricatti e ritorsioni, brandendo l'otto per millle o il Concordato come cappio al collo di una Chiesa che si vorrebbe reticente o in ostaggio ... Se la Chiesa interviene per diifendere la vita, minacciata da aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, o la famiiglia fondata sul matrimonio, la «Chiesa del silenzio» viene invocata dai radicali e dalla sinistra. Se, al contrario, difende la dignità degli immigrati, allora è la Lega a volere il silenziatore. Stupisce, da una parte e dall'altra, l'invito alla Chiesa e ai suoi rappreesentanti a non occuparsi di ciò che succede nel Paese e badare solo a «ciò che le compete». Come se la difesa della dignità di ogni vita umana (dal bambino condannato a non nascere allo straniero inghiottito nel mare oltre che nell'indifferenza generale) non fosse di sua competenza».
 
Dietro le quinte
All'interno della Chiesa, poi, il caso Boffo portava all' aperto una situazione prossima alla divisione. Se lo spiritualismo invocato da papa Ratzinger, il suo monito alla Chiesa a non ingerirsi nella politica erano utilizzati da un lato per rilasciare carta bianca alle operazioni della destra politiica, magari in nome della pace concordataria, dall'altro lato non inibivano iniziatiive e operazioni politiche fortemente ambigue. D'altra parte il papa continuava a mantenersi riservato e quasi assente dagli affari politici. La politica non entrava nei suoi interessi.
In questa situazione, era legittimo attendersi che non potesse passare inosservata l'iniziativa adottata dall' ex capo della Cei Cardinale Ruini, a completa insaputa del segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, di invitare a cena Berlusconi, scortato dal fido Gianni Letta, il 25 luglio: una esibita ripresa di controllo politico da parte delll'ex sovrano della Cei, il quale, benché decurtato nella rappresentanza, continuava a gestire la sua rete di rapporti politici in modo asimmetrico rispetto alla Segreteria di Stato. In effetti le migliori fonti erano in grado di garantire che il Cardo Ruini continuava a lavorare come un tempo dietro le quinte, conservando intatto il suo potere di contrattazione, anche nel Vicariato di Roma, dove accanto al nuovo Vicario carrdinale Vallini l'uomo chiave restava un ruiniano tenace come il segretario generale monsignor Luigi Moretti.
Ciò che quell'iniziativa e altre di Ruini lasciavano temere era in realtà la relativa messa in mora della direttiva di Bertone a Bagnasco nel 2007 , al momento del passagggio delle consegne, di abbandonare la cura delle relazioni con il Governo e con i Partiti alla competenza esclusiva della Segreteria di Stato, per concentrare la cura episcopale sui più urgenti e drammatici campi della pastorale.
Chiaramente i processi di cambiamento nella Chiesa sono pesanti, tali le abitudini al compromesso coi poteri forti, tale il contagio con la ricchezza materiale da renderne difficile la liquidazione in modo brusco e in breve tempo. Tuttavia fonti sicure indicavano che l'iniziativa «del tutto personale» di Ruini non solo non era stata conncordata con Bertone, il quale «sapendolo si sarebbe indubbiamente opposto a tale incontro», ma aveva anche suscitato l'irritazione del segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata. Più di quanto non si volesse ammettere apertamente le polemiche circa lo stile di vita del premier avevano raffreddato le relazioni tra il Vaticano e il governo italiano. Sebbene i commmenti di Massimo Franco sul Corriere della Sera tentassero di echeggiare la politica di Ruini facendo credere che la Chiesa intendesse mantenere il suo appoggio a Berluusconi, tutte le fonti vaticane interpellate in quel periodo indicavano invece che in Vaticano si era raggiunta la convinzione che il livello di rapporti fosse precipitato «in modo irrecuperabile».
La controprova era che ad una cena nella casa romana di un «boiardo di Stato», organizzata per favorire un accordo tra Vaticano e «poteri forti» allo scopo di evitare la pubblicazione di «Vaticano SpA» (il libro di Gianluigi Nuzzi sugli intrallazzi politico-finanziari dello lor), fu percepita con preecisione la strategia politica di questi nuclei di poteri occulti mirata non solo a stroncaare con queste carte esplosive la figura morale dell'allora segretario generale della bannca vaticana monsignor Donato De Bonis (morto nel 2001) e del suo amico Giulio Andreotti ma anche a combattere il disegno di ricostituire in Italia una formazione politica «cattolica», tenendo sotto ricatto il sistema finanziario della S. Sede e i suoi cospicui interessi in questo Paese. L’accorrdo abbozzato in quella cena non venne raggiunto, malgrado l'offerta finanziaria lanciata dagli emissari vaticani, e il libro poté così vedere la luce, installandosi in vetta alle classifiche.
 
Il gran rifiuto
Lo stesso Bertone, per colmo di contraddizione, aveva accettato di offrire un gesto di persuasiva cortesia pastorale e cenare con Berlusconi all'Aquila, in occasione del rito celestiniano della «perdonanza» il 28 agosto, nella data della coltellata del «Giornaale» a Boffo: incontro frettolosamente annulllato, con interiore riconoscenza della Chieesa dei poveri alla celeste intercessione di Celestino V, il papa «del gran rifiuto» sepolto proprio all'Aquila che, confermando i suoi speciali carismi anti-simoniaci anche a otto secoli dalla morte, aveva combinato le cose in modo che anche quell'incontro simoniaco fra poteri sulla sua tomba, sulla pelle di ingenui e devoti terremotati, venissse colpito da un nuovo «gran rifiuto».
Ma era da tempo che il partito antiberlusconiano del Vaticano, poco o punto incline a cristallizzare a qualunque costo i rapporti tra Chiesa e regime, non conteneva la sua angustia per l'eccesso di copertura assicurato dalla Santa Sede a Berlusconi. L'occasione che permise la prima emersione netta dell' esistenza di questo disagio fu la pubblicazione sull'« Osservatore romano» di un editoriale a favore di Berlusconi all'indomani della costituzione del Partito della Libertà, un articolo in cui il premier era indicato senz'altro come l'interprete più raffinato dei valori cattolici e il più favorevole alla causa e agli interessi della Chiesa cattolica. La Segreteria di Stato fu obbligata alllora a spiegare sia pure in modo informale che quell'articolo non era stato visto in Segreteria di Stato prima della pubblicazione, una stravaganza nella prassi tradizionale che un tempo non permetteva che uscisse sul giornale una virgola che non fosse controllata e soppesata. Dunque, la domanda si imponeva: quali le fonti del giornale della Santa Sede? Quale autorevolezza le dichiarazioni pubbliche del suo Direttore?
Era a colpi di piccole distrazioni o di casuali gaffes o di intenzionali soprusi che il sistema vaticano nel tempo dello «spirituale» Ratzinger finiva per compromettere la Chiesa in preventive approvazioni di costumi al vertice delle responsabilità politiche che nulla avevano a che vedere con la dottrina sociale della Chiesa e con le sue dotttrine morali. Del genere dell'intenzione compromissoria era la decisione della Segreteria di Stato di continuare a tenere nei cassetti un forte, nuovo documento del Pontificio Consiglio dei Migranti sull'irrevocaabile loro dignità, pronto già dall' aprile 2009 e già approvato da tutte le Congregazioni interessate, inclusa quella della Dottrina.
Ma in questa fase di transizione, dopo il lungo regno di Wojtyla e del suo doppio Ruini, si dovevano lamentare anche incoerenze e sfilacciamenti della catena di comando del governo della Chiesa universale: la maggior parte delle contraddizioni poteva essere fatta risalire al fatto che le relazioni tra Chiesa e Stato erano fatte passsare troppo spesso sulla testa o ai lati delle linee della rappresentanza legittima, scorrrendo direttamente da questo o quell'uomo di governo a esponenti della segreteria di stato o della curia romana, tagliando fuori lo stesso nunzio in Italia o l'ambasciatore dell'Italia presso la Santa Sede: ciascun ministro di Stato vantava un telefono diretto con almeno un monsignore. Accadde che un ministro durante una seduta del governo chiamasse un prelato della Segreeteria di stato vaticana, chiedendogli se un certo decreto fosse approvabile; e avendone ricevuto un «no» , si affrettasse a riferirlo in seduta ottenendo immediatamente che quel decreto fosse accantonato.
Erano episodi di una friabilità istituzionale che forse riproduceva una fase di incertezza degli equilibri interni della Chiesa in attesa di assestamento e in cui scosse come quella della crisi Boffo o dei tentativi di reecuperare l'egemonia perduta da parte di Ruini e del suo sistema di potere funzionavano da bruschi acceleratori mentre dissimulavano in realtà l'interna consunzione politica e religiosa del loro progetto di ricoostituzione del regime di cristianità.
Ma gli osservatori delle cose vaticane si lasciavano soprattutto inquietare dallo spetttacolo di un mondo cattolico italiano brancolante tra fenomeni di carrierismo nel clero e disaffezione anche morale del laicato: per una parte rassegnata a gestire l'enorme potere politico e materiale acquisito, anzi ad allargarlo, come in Cl, per un'altra così incline a oscillare tra la proclamazione dei valori non negoziabili e il loro pragmatico abbandono, tra destra e sinistra, al punto di rivelare non solo un riferimento assai debole alla bussola etica e valoriale, ma anche un difetto di coscienza identitaria, segnale di carenza fondamentale di cultura, tanto più lamentevole in una fase cruciale della vita pubblica.
Ma ciò che questi fenomeni indicavano era in realtà che anche la Chiesa era stata sconfitta nella sua capacità di fare la differenza e di educare alla differenza etica i suoi stesssi fedeli, lasciati lentamente inabissare nellla sabbia mobile videocratica onnicorruttrice e consumistica. Era stato precisamente Boffo alla vigilia delle elezioni del 2008 a rivolgersi in uno stupefacente appello teleevisivo a Berlusconi, a nome del suo patrono Ruini, affinché accogliesse l'Udc nella coalizione con un suo proprio simbolo, quasi a dare corpo politico visibile all'alleanza fra i «cattolici lateranizzati» e il partito di Berlusconi.
E quanto alla Chiesa, forse le ferite subite e le altre già programmate per un'umiliazioone che tutti facevano presagire tutt'altro che esaurita - se la nostra analisi sperava di resistere alla prova dei fatti - sembravano dettarle alcuni suggerimenti ultimativi.
Il primo venne presto e opportunamente proposto da monsignor Crociata all'indomani delle dimissioni di Boffo quando già si profilava una gestione dello scacco affidata integralisticamente al ribattere colpo su colpo, alla maniera delle spade sguainate dai discepoli per la difesa di Gesù nelll'Orto degli Olivi. La linea raccomandata invece dal segretario della Cei era di evitare il vittimismo, la sindrome dell'assedio, «proprio di chi vede attorno a sé nemici e minacce alla fede della Chiesa», per adottare invece un'attitudine spirituale basata su «simpatia» verso l'umanità e di «resistenza» critica al mondano e alle sue logiche («Avvenire», 6 settembre 2009).
Laltro suggerimento lo si poteva ricavare dall' avvertimento lanciatole da Pier Paolo Pasolini quando ancora si era in tempo, negli anni Settanta: aveva chiesto quel profeta alla Chiesa, che si contorceva nella sua crisi postconciliare, di trasformarsi, se voleva davvero fare qualcosa per la salvezza umana, in forza di opposizione totale, raadicale al progetto della nuova borghesia che mirava alla trasformazione antropologica dell'Uomo, alla sua radicale alienazione.
La Chiesa doveva passare all' opposizione, per evitare una fine ingloriosa, doveva passsare all' opposizione contro un potere che l'aveva così cinicamente abbandonata, progettando senza tante storie di ridurla a puro folklore. Riprendendo una lotta che era peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del papaa~ to contro l'impero) ma non per la conquista del potere, la Chiesa aveva l'occasione storica «di essere la guida grandiosa ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante». Poteva esseere un ritomo alle origini cristiane, quando la Chiesa era tutt'altro che una potenza mondana: medesima situazione oggi, perrché ormai il potere mondano la rifiutava riducendola alla dimensione folkloristica o intimistica («Corriere della sera», 22 settemmbre 1974).
Trentacinque anni dopo, l'immensa Chiesa doveva sopportare nel proprio, nuovo fallimento l'incapacità di rompere il patto col potere politico, anzi di averlo consolidato al punto di temere di uscire allo scoperto dinanzi ai segnali tipici che si sprigionavaano dal regime «totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più repressivo e corruttore, degradante» di cui narrava Pasolini. Sottrarsi all'abbraccio di quel potere era evidentemente divenuto più difficile: in nesssun tempo dopo il ventennio fascista il dilemma tra l'uscita da quella stretta mortale e l'esaurimento del suo ruolo nel Paese era tuttavia apparso più drammaticamente evidente, se appena si riflettesse senza infingiimenti ai dati sulla crisi della pratica ecclesiale (che fra i giovani dai 14 ai 29 anni registrava appena il 7% nell'Italia settentrioonale, secondo un rapporto del cardinale Scola di qualche anno addietro), all'interessse crescente per altre forme di religiosità, alla disfatta infine della scommessa d'oro concordataria per assicurare il successo della missione della Chiesa nel territorio. Con l'esaurimento del progetto Ruini e con l'uscita di scena traumatica di Boffo, era in realtà l'impianto del progetto di rifare in Italia come altrove (Spagna, Portogallo, Poolonia ... ) un regime di cristianità, ristabilenndo e ritessendo infaticabilmente i patti di potere con i ceti forti al comando, a venire messo in discussione.
A questo snodo cruciale la Chiesa cattolica sembrava arrivata con una matura coscienza della irrinunciabilità del suo ruolo pubbblico, tanto più efficace e pertinente quanto più svincolato da interessi contingenti o da ruoli politici o da pretese di protagoniismo.
Probabilmente la luce del Concilio poteva servirle più di quanto avesse potuto in passsato a trarre dalla propria umiliazione l'impulso per una rinascita autentica, quella della sua forza interiore (Da Rocca 1 ottobre 2009).
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