LA DONNA RISVEGLIA LA CREAZIONE
Domenica 04 Ottobre 2009
“Quando il Signore re Dio fece la terra eil cello, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto, il suolo -; allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c'è l'oro e l'oro di quella terra è fine; qui c'è anche la resina odorosa e la pietra d'ònice. Il secondo fiume si chiama Chicon: esso scorre intorno a tutto il paese d'Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi certamente moriresti».
Poi il Signore Dio disse: « Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: « Questa volta essa è carne dalla "a carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta. Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Genesi 2,4b-25).
I. INTRODUZIONI
1.1. Chiarificazioni bibliche
a. Le culture arcaiche, non sono ancora giunte al linguaggio riflesso, astratto, concettuale e si servono della narrazione mitica, epica, o anche biologica per rivelare la concezione profonda della realtà. Biologia, mito, saga sono espressioni del messaggio ultimo (onto e teo-logico) sulla realtà dell'uomo.
b. L'intenzione degli Autori Sacri non è quella di descrivere la situazione cronologico del genere umano. Non intendono risolvere il problema dell'inizio temporale. Nel libro delle "toledod" (origini) ci rivelano invece l"'archetipo", il modello, l'intenzionalità divina sull'”Adam" e sulla sua storia, ci rimandano al punto focale della Parola di Dio sull"'Adam", all"'immagine" teologica che Jahvè ha dei destini dell'umanità. Il porre questo quadro di contenuti all'inizio non dice direttamente il "quando", ma il "che cosa" e il "quale" della volontà divina. E' la luce che rischiara orizzontalmente e verticalmente la croce del genere umano, rivelando la direzione che deve prendere la libertà umana se vuole portare a compimento la parola creatrice e così consentire la sua completa epifania, il dispiegamento liberante della sua potenza. L'autore sacro vuole condurci a quei valori teologici che sono la radice e il fondamento del disegno creazionale. Essere, vivere, convivere e agire nella prospettiva della "Parola di Dio" significa consentire che "la parola si diffonda e sia glorificata"(2 Tess. 3,1).
c. L'autore jahvista compie una vera e propria iniziazione al senso della creazione e della storia. Attraverso il genere letterario del "mito" vuole introdurci nella luminosità della parola creatrice. Vissuto nell'epoca splendida di Salomone, il nostro autore è uno spirito religioso attento alle vicende degli altri popoli che attraverso commercianti e diplomatici giungono a Gerusalemme. Questo gli consente uno sguardo universale sulle vicende dei popoli e la possibilità di portare l'interrogativo sulla vicenda umano fin alle radici profonde della crisi.
d. Noi entriamo in questo grande quadro narrativo nell'ottica femminile, mettendoci dal punto di vista della donna e isolando quegli elementi teologici e culturali che ci possono aiutare ad accogliere il dinamismo integrale della parola creatrice. La parola divina è tutta tesa verso la liberazione della "dualità umana", quella nuova creazione in virtù della quale siamo tutti siamo figli di Dio per la fede in Cristo Gesù ( cfr. Gal. 3,26).
c. Il racconto della creazione procede per parti o ere successive e ci conduce all'esito del disegno creaturale, al suo culmine. Il punto di partenza è l'azione creatrice da cui vengono fatti il cielo e la terra; il punto finale è l'irradiazione della dualità umana che alla fine vincerà (protovangelo).
Gli stadi intermedi sono rappresentati:
- sul piano vegetale dalla creazione delle piante e dei frutti, grazie all'acqua, all'irrigazione della terra;
- sul piano animale dalla creazione della vita animale;
- sul piano umano dalla creazione dell"'umanità indistinta";
- sul piano salvifico dalla crisi e dal fallimento della libertà.
1.2. Atteggiamenti interiori
a. Coscienti della distanza
Perché questa interminabile attesa della dualità-umana? Perché l'autore presento una faccia dell'umanità attardata su una "Adam" indistinto? La risposta è che l’umanità trova il suo compimento, nell'esodo dal solipsismo genetico, in un umano duale. Cosa oscura il cuore di "Adam" per cui ai rapporti di uguaglianza, distinzione, correlazione ed integrazione preferisce ancora oggi l'ottusità che vuole conoscere “secondo la carme” (2 Cor 5,16)? Cosa blocca la creazione sulla sua fase iniziale? Perché le persone e i popoli si giudicano e si escludono trattandosi come "bestie" e come "uccelli del cielo" (Gen. 2,19)?
L'autore jahvista è cosciente che nel cuore di ogni essere umano, nella coscienza collettiva delle "pluralità"(coppia, gruppi, comunità, popoli) deve avvenire quel "torpore" che consenta a Jahvè di ricreare le nostre immagini di umano, di libertà, di relazione, di unità, di sessualità, di fecondità, di autocompimento.
b. Nel "sonno" della preghiera profonda
Nel "sonno" deve avvenire questa rigenerazione delle immagini del bene, del vero, del bello. Sonno che l'autore indica come luogo dell'atto creatore di Jahvè: sonno come scelta di annullamento dei progetti iniqui che a "occhi aperti", l’Adam compie, dilapidando le ricchezze dell'alleanza, del cosmo, della qualità, della pluralità beata.
Sonno che esprime una fondamentale indicazione divina: "Adam" non può trovare la sua verità e la sua beatitudine attraverso i ruoli di "denominazione", una specie di imposizione del proprio marchio di "origine controllata", restando così succube di modelli possessivi, dominativi, gerarchici, emarginanti. Ha bisogno di cercare se stesso, se vuole ritrovarsi (cfr GS 24), attraverso "un’altra via".
c. A partire dal nostro centro
Dobbiamo imparare perciò a prendere distanza dal volontarismo, dall'efficientismo, dall'agitazione, se vogliamo entrare nel dinamismo pieno dello creazione. Ad un tempo dobbiamo realizzare due movimenti:
- distanza;
- penetrazione.
L'autore parla di sonno come di una "sospensione" dell'essere e dell'agire funzionalistico. E’ proprio il processo di allontanamento dai nostri contenuti già elaborati, il lasciar libero il cuore per nuove dimensioni che ci è proposto dalla pagina biblica.
d. Con le nostri croci
L'autore jahvista considera il faticoso progredire verso la vetta della creazione duale come parte stessa del disegno divino. La salvezza si presenta come un "viaggio", un esodo, un avanzare per tappe, per fasi. La presenza dell'obiettivo finale non opera ideologicamente come qualcosa che viene dopo, annullando e svalutando ciò che c'era prima. Non siamo alle prese con uno schema che giunge alla sintesi finale attraverso l'assorbimento e il superamento dell'intermedio per via di eliminazione. Troviamo già qui l'enunciazione della misericordia divina che culmina nella Pasqua, dove la vita di Gesù, la sua limitatezza storica, anzi la sua morte, è la forma dell'infinito amore divino. Cogliere la potenza della parola dì Dio non vuol dire "svalutare" ma "supervalutare" le proprie esperienze, la propria contingenza, la parzialità e la finitezza della propria esistenza e degli sforzi personali e collettivi, facendoli confluire nell’"'opera culminante". Dobbiamo cioè, andare incontro alla Parola senza paura, senza censura sulla nostra storia e sulle nostre lacune. L'azione del Signore si realizza in rapporto fiduciale e interviene su "Adam" nel sonno come ricorda il salmo:
"Se il Signore non costruisce la cosa
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare,
mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno" (Sa1 126(125) 1-2 ).
e. Verso l'umano-duale
Il nostro rapporto con il Signore ci conduce ad assumere la nostra vita come trama al cui interno si sviluppa la sua opere creatrice. Le ferite inferte alla nostra persona e quelle che noi stessi ci procuriamo, formano insieme la materia per un salto evolutivo della specie umana verso la Parola della creazione piena. Lo "stabat mater iuxta crucem" è la decisione piena d'amore di Maria e in lei di ogni discepolo di Gesù, che accetta la croce delle propria immagine perché si risvegli la propria identità, si dilati la propria capacità d'amore e si universalizzi l'orizzonte della propria vocazione a generare l'umanità duale, la chiesa, sacramento di promozione umana e di unificazione delle diversità.
1.3. introduzione alla lettura biblica
Il momento qualificante per vivere la "lectio divina" é quello di fare il salto dalla meditazione e dalla stessa orazione allo stadio della contemplazione. La fase della "lectio" e della meditazione e dell’orazione sono tutte funzionali all'ingresso nella contemplazione, che esalta al massimo l’azione della parola in noi e al massimo la passione della nostra libertà, il ”lasciarsi fare e amare”, nella passività mistica. Il primo "lavoro" consiste nel disporsi attivamente alla preghiera, distinguendo nettamente i ritmi propri della ricerca-riflessione, con i ritmi propri della preghiera-contemplazione.
Ognuno scelga il suo metodo di lavoro per prepararsi alla lectio divina. Do delle indicazioni:
- prendere coscienza di tutte le cose che ci preoccupano (elencarle mentalmente e, poi, scriverle, soffermandosi brevemente su ciascuna di esse);
- cercare di entrare in ascolto, in un silenzio attivo:
· ascoltare le voci e i rumori esterni, che ci circondano e soffermarci con tranquillità su ogni cosa, armonizzandoci con tutto, senza nervosismo;
· ascoltare i livelli più esterni di noi stessi: le nostre preoccupazioni, gli stati d'animo di tensione, di serenità, di ansietà,... ascoltare il proprio “io" profondo, quello che é al di sotto di tutto e "portare" questo nostro essere profondo ai piedi di Gesù per ascoltare la Sua Parola...
- leggere alcuni punti qualificanti del sussidio per la "lectio divina" quel tanto che basta a sciogliere in noi stessi un dinamismo attivo di abbandono a Gesù che ci ha chiamato in disparte per metterci a parte delle "cose del Padre suo"…
- entrare in preghiera di purificazione, chiedendo il dono di essere capaci di "sonno e di torpore" perché il Signore ci ricrei, secondo il suo amore.
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