A QUANDO UNA CERTA QUARESIMA?
Mercoledì 17 Febbraio 2010
A QUANDO UNA CERTA QUARESIMA?
Le dinamiche del male e del peccato, nelle loro tipiche e assordanti manifestazioni, anche per la cassa di risonanza e di amplificazione mediatica, spesso a una sola dimensione, assumono sempre più carattere globale. In corrispondenza, le dinamiche penitenziali, a caduta libera, seguono la loro progrediente discesa nel carattere privato, sottratte a ogni analisi e a ogni discernimento ecclesiale. Nella gestione del male - la formula è intenzionale - manca strategia e regia, a tutto vantaggio di ciò che, non-in-nocente, si muove senza censure e senza controlli, che non siano quelli delle energie dei singoli, lasciati a se stessi. Nessuna trama corale, nessuna via crucis percorsa insieme - come ecclesia - di stazione in stazione, prendendo le misure di ciò che deturpa e ferisce la vita e umilia la nostra diaconia alla sua affermazione in abbondanza. Nuoce non poco, credo, l’omissione di un confronto comunitario e adulto con il male e le deformazioni che esso produce e introduce maliziozamente in noi e attorno a noi. Il Concilio aveva sottratto la riforma alla sua sola declinazione privata e individuale per offirle una prospettiva ecclesiale, anzi istituzionale. Come dovrebbero risuonarci preziose le parole di Unitatis Redintegratio, tanto più pertinenti quanto più facili da trascurare, o addirittura, da rimuovere e, quindi difficili da recepire come principio di una nuova prassi penitenziale: “La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a una continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno” (UR 6).
Queste parole non possono essere smarrite, o anche solo conservate indistinte, in un elenco di cose da fare che essendo, sempre (più) tante nell’agenda della Chiesa, finiscono per perdere il loro carattere di urgenza e priorità. Credo che la comunione con i suoi codici e simboli, con i suoi archetipi e modelli, non abbia ancora trovato la via maestra del nostro profondo e persista, così, in noi una certa incompatibilità di carattere che mina il dilatarsi del respiro trinitario fra di noi. Eppure, poco prima del fine del Concilio, Paolo VI ci aveva avvisato: “La Chiesa si ricompone nelle nuove norme che il Concilio le ha date: la fedeltà le caratterizza; una novità le qualifica, quella della accresciuta coscienza della comunione ecclesiale, della sua meravigliosa compagine, della maggiore carità che deve unire, attivare, santificare la comunione gerarchica della Chiesa. È questo il periodo del vero «aggiornamento», preconizzato da Giovanni XXIII. Noi pensiamo che su questa linea debba svilupparsi la psicologia nuova della Chiesa: Clero e fedeli troveranno un magnifico lavoro spirituale da svolgere per il rinnovamento della vita e dell’azione secondo Cristo Signore; ed a questo lavoro Noi invitiamo i Nostri Fratelli ed i Nostri Figli, in un unione profonda e cordiale, che tutti ci fa fidenti e solidali, come membra d’un medesimo corpo” (Allocuzione al Concilio, il 18 novembre 1965).
La visione montiniana del rinnovamenrto comunitario, con fiducia incoraggiante, ne evidenziava, sulle lunghe distanze, il lato promettente. Forse, prevedeva di meno la complessità e le resistenze, a tanti livelli e su tanti versanti. A noi tocca, con una pacata e pensosa analisi, renderci conto dei codici umani profondi che fanno opposizione e contestazione all’ingresso di questa innovazione spirituale. Stiamo prendendo atto della portata epocale della svolta in cui ci dibattiamo: una svolta che ben prima di essere ecclesiale e pastorale, è antropologica. È in atto la dissolvenza di una certa struttura-figura umana, quella di un io povero di soffio relazionale, abbarbicato ad una riduzione al minimo della capacità di portare differenze da in-tegrare e da con-iugare. Questo tipo di egoità, di remotissima formazione, ha una ramicazione che si è innervata fin dentro le nostre midolla e presiede l’attuale conformazione umana. E recalcitra, sentendosi al tramonto e dovendo cedere il centro a un’identità più conviviale, contrassegnata dall’ospitalità e dalla nostalgia dell’alterità: non siamo noi che arriviamo al tu, ma è dal tu che pro-veniamo, nel codice del dono che ha nella nascita solo il suo primo evento inaugurale. E, come ogni morente, questa arcaica egoità si attacca disperatamente alla vita residua che sta per lasciarla. E così siamo il campo, spesso distratti e disattenti, di una tensione agonica tra due immagini di esistenza. A Pasqua lo canteremo, ma pochi troveranno in quel canto la chiave di decifrazione della nostra passio ecclesiae/hominis: “Mors et vita duello conflixere mirando”... E resistiamo a ciò che vorrebbe esordire nel mattino di Pasqua: un nuovo “ in principio”, quello della relazione tra alterità. Anche per nascere, oltre che per crescere “in età, sapienza e grazia” occorre fare spazio a nuovi genitori, con visuali e stili, con linguaggi e operazioni degne del Nascituro. Nel frattempo, ahimé, il tempo liturgico più bello, severo e decisivo, quello che reimmette la Pasqua negli atti di una Chiesa in divenire, povero di incarnazioni attualizzanti, sfugge alla nostra presa. E le parole bibliche che irrompono fra noi, a partire dal mercoledì delle ceneri per culminare nel Triduo Pasquale, sono ancora ampiamente al di sotto non solo delle loro intenzioni, ma anche delle nostre possibilità di fruttificazione. Perché a nulla, pur con le nostre debolezze e contraddizioni, siamo così predisposti quanto a ciò che ci manca, e che ci è sempre più necessario. Ma è proprio la mancanza che ci manca, ossia la coscienza comune e convergente di quel ‘non hanno più vino’ che precede e prepara la creazione del primo segno messianico. L’elaborazione ecclesiale della mancanza non-colta e non-sofferta fa riferimento al più importante e disatteso tra i capitoli di una trama penitenziale nell’attuale congiuntura ecclesiale e umana: le omissioni, le omissioni generazionali di segno ecclesiale. È la mancata sintonia nell’ascolto di questo gemito che ci priva di tanto bene anunciato e promesso nella remota primavera conciliare. Questo gemito, quello cioè relativo al codice relazionale: ogni generazione infatti si agita con frenesia e dispersione, si lacera e si stanca finchè non giunge a decifrare l’uno necessario… E questo uno necessario non è per la Chiesa una cosa, un compito, un’iniziativa. Ben di più e meglio è, invece, il necessario dell’uno, una nuova epifania della sua unità. Non cogliere consensualmente questa mancanza, e quindi non identificare-discernere il messaggio del soffio leggero, la parola di luce che mille cose tentano di dirci, provoca malessere, una certa febbre ecclesiae, fonte di un non star bene con se stessa, che attacca la sua koinonia. Guarendo sarebbe adatta e pronta per affrontare con scioltezza e un pizzico di autoironia le sue annose problematiche interne e aggiornare la sua diconia profetica nel mondo postmoderno. [1]
Ma intanto il tempo passa. E privi di un approccio ecclesiale - una Chiesa soggetto di riforma - i nodi inevasi che riguardano prima di tutto il noi della Chiesa, e ogni altra formazione comunitaria in essa, si ripercuotono anche sui singoli, condensando in essi e ad essi addossandole, questioni che li trascendono, in una logica che ha un sua specifica non-giustizia, con conseguenze npon poco gravi. E così si rimanda quella riforma spirituale a cui sembra aver unito il senso del suo pontificato il nostro Papa. Giunti qui, forse qui è pertinente chiedersi: ma l’esito stesso di questa innovazione interiore, a carattere fortemente teocentrico, non è legato al privilegiare più che il percorso che va dal singolo alla Chiesa, quello inverso, che va dalla Chiesa al singolo? E lo penso anche in relazione al presbiterio diocesano in questo anno a dedicato al prete. Non dovrebbe, davanti ai problemi in atto, essere chiamata in causa per prima - tutti coinvolgendo! - la corporatività del soggetto-Chiesa che precede, include e trascende il fedele? In assenza, o timidezza, comunque di approcci comunitari, non si aggrava la stessa condizione personale e non si aggroviglia ancor più la condizione ecclesiale?
Pensiamo ai frutti di grazia che deriverebbero, invece, dall’inaugurazione e dalla realizzazione di questi percorsi trans-formativi comunitari: mettersi in condizione di decidere collegialmente – a tutti i livelli – dopo profondi dialoghi e profondi silenzi, determinare una psicologia di mobilitazione comunitaria o collettiva, far fronte non solo al peccato nella Chiesa, ma anche al peccato della Chiesa. Pensiamo all’incisività che avrebbe l’educazione a misurarci, con il laicato in testa, con le ‘ strutture di peccato’ nelle nostre società alle prese con non poche priorità: la fuoriuscita da un certo capitalismo selvaggio, la riforma dei modelli culturali, un nuovo modo essere/vivere il maschile e il femminile, la coppia, la socialità in contesto plurale, la cittadinanza in contesto mondiale. La relazione Chiesa-Mondo ne guadagnerebbe sul piano non solo della diagnosi di situazioni-limite, ma anche su quello più decisivo delle terapie e della creazione di nuova istituzionalità [2]. In fondo, come non c’è peccato del mondo che non inerisca ai discepoli del Signore e alla Chiesa stessa, in tutte le sue espressioni e livelli, così non c’è santità e maturità spirituale che non si ripercuotano beneficamente sull’umanità di cui la Chiesa è parte vitale.
Entrebbe in gioco la grande soggettività della Chiesa locale, come nuovo soggetto teologico, spirituale e pastorale, che si localizza nelle comunità parrocchiali e/o inter-parrocchiali. Enterebbe in gioco il presbiterio, snodo sacramentale di ogni regia se vogliamo rendere affettiva la conversione pastorale, conditio sine qua non per una nuova pagina evangelizzatrice, nel primato del primo annuncio. Entrerebbero in gioco il consiglio pastorale diocesano e quelli parrocchiali, luoghi deputati all’aggiornamento dell’esame di coscienza sulle situazioni di Chiesa e società, con le loro luci e le loro ombre, con i loro punti critici e le loro sfide. Sarebbero coinvolti gli istituti religiosi e le diverse comunità antiche e nuove, nate nel fervore del dopo concilio. Insomma, c’è tutta una fisiologia da prevedere e da onorare, da mettere in moto e da accompagnare.
Nell’articolazione interna dell’essere e dell’agire della Chiesa che annuncia il vangelo del regno, il “convertitevi” è là, ineliminabile. Un convertitevi che prima di essere relativo al male da vincere, riguarda lo spazio in cui accogliere il dono che irrompe nel tempo e lo rende gravido di salvezza. Prima che etica, la conversione ecclesiale è teologica: ha a che fare con il riconoscimento e l’accoglienza dei doni che Dio offre ed elargisce alla comunità degli ultimi tempi. Ecco su che cosa, primariamente, verte la dedizione cordiale e corale di una Chiesa in conversione: nella vittoria sul regime del penultimo per renderne provvisorio e caduco - in qualcosa, almeno - il dominio su di noi. Poi verterà su ciò che ne è antitesi e negazione, rifiuto e distanziazione. Insomma, una conversione della Chiesa così intesa e messa in atto sarebbe perfino bella e attraente, seducente e seduttiva. Per la Chiesa, visitata dal suo Dio veniente e imminente, si tratterebbe - facendo eco ad una nota espressione - di perdere soltanto le sue catene e di esperimentare nuove zone franche dal male.
La fuga dai problemi e la tendenza a rimuoverli, lo sappiamo bene, è una forma di resa che ci rende loro ostaggio. Non solo non rappresenta una soluzione, ma aggrava ogni cosa. Ho trovato in Ulrich Beck, il sociologo della società del rischio, un principio molto interessante: “Non ci sono soluzioni biografiche a problemi sistemici”. È interessante la sua trasposizione nel nostro tema.
La penitenza, come recitano le indicazioni che si sono depositate da piccoli nella nostra memoria, si snoda in una triplice scansione: la materia che deve essere pertinente, l’avvertenza che deve essere piena, il consenso che deve essere deliberato. La sconfitta del male incomincia già con la sua individuazione: scovarlo dall’oscurità, privandolo del regime di clandestinità e di latitanza che preferisce, per colpire indisturbato. L’Agnello di Dio “che toglie i peccati del mondo” sta al nostro fianco. La pagina di Davide e Golia non è chiusa, ma ha una grande forza evocativa e un carattere simbolico della nostra vocazione a ricorrere alle energie della Croce per essere fra noi e nel mondo un sacramento di riconciliazione.
D. Gino Moro, fdp
Presidente Fondazione Mondo Migliore
[1] Due indicazioni fra tante: Matteo A., Come forestieri. Perché il cristianesimo è divenuto estraneo agli uomni e alle donne del nostro tempo, Rubbettino, Sovera Mannelli-CZ 2008. Mannion G., Chiesa e postmoderno. Domande per l’ecclesiologia del nostro tempo, EDB, Bologna 2009.
[2] Vedi l’interessante Giuseppe De Rita, Il regno inerme. Società e crisi delle istituzioni, Einaudi, Torino 2002.
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