PER UN CORRETTO APPROCCIO ALLA PAROLA NOTE PER LE NOSTRE OMELIE di G.Moro fdp
Mercoledì 25 Febbraio 2009
PER UN CORRETTO APPROCCIO ALLA PAROLA
NOTE PER LE NOSTRE OMELIE di G.Moro fdp
1. BIBBIA E GIORNALE: LA BIBBIA “Bibbia e giornale”, diceva a se stesso il teologo protestante Karl Barth, quando era pastore a Safenwill, in Svizzera. Erano i “due libri” da mettere in relazione per preparare il sermone domenicale. Questa formula, semplice e felice, deve essere esplicitata. E’ della parola di Dio che si tratta, o, più precisamente, di “Dio che ci parla”. E Lui ci parla al presente! Il presente di ogni generazione. Il presente di generazioni passate può rivivere oggi in noi grazie alla trascendenza della parola di Dio. In questo senso la Bibbia non è la parola di Dio, ma può diventarlo. E’ utile ricordare i tre passi che conducono alle Scritture. Prima ci sono gli eventi che persone e comunità hanno vissuto come manifestazioni dell’azione divina a loro beneficio. Poi è seguita una lunga fase narrativa di quegli eventi in comunità celebrative, in stili e forme diversi, che ne hanno esplicitato il senso, la forza, la bellezza. In quanto salvifici, gli eventi contengono una riserva di luce e di forza che consente non solo il ricordo, ma anche la loro attualizzazione. Infine, da parte di circoli e persone qualificati, si giunge alla nascita dei testi che, dopo un processo di recezione, vengono accolti come testi autorevoli (canone). Il nostro percorso è inverso: partiamo dal testo, ci costituiamo poi in comunità interpretative; e, finalmente, attraverso il processo narrativo e celebrativo, riviviamo gli eventi narrati, aprendoci a ulteriore luce, forza e bellezza.
2. BIBBIA E GIORNALE: IL GIORNALE Tutta la creazione e la storia sono espressione della parola di Dio. Non perché il Signore faccia qualcosa come soggetto aggiunto, ma perché, alla sorgente della realtà, egli “fa sì che le cose si facciano”. Da qui la necessità di affiancare Bibbia e storia. In entrambe, latente e dormiente, giace la stessa parola di Dio. La parola nascosta nello scrigno delle Scritture corre incontro alla parola nascosta nello scrigno degli eventi. La parola nelle Scritture decodifica la parola nella storia; e la parola nell’attualità dilata ed esplicita la parola all’origine delle narrazioni bibliche. E’ sempre la danza della parola in gioco! “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (Sal 61,12): la parola è sempre in parte dormiente, in attesa di essere chiamata alla vita. E’ il credente che pone fine alla kenosis della parola di Dio. E la chiama alla vita ingiungendole: “Talithà, kum!”. Così siamo immersi da ogni parte nella nube luminosa della parola. Diacronicamente essa ci raggiunge dal passato dove giace in attesa di ri-avvenire, rivelando ulteriore vita; si ridesta nel presente e dal presente, dal cuore delle nostre vicende; incombe su di noi dal futuro, sempre avida di ulteriori e altre rivelazioni. Sincronicamente essa ci avvolge nell’intreccio e nell’interazione feconda tra i diversi soggetti e comunità interpretative, nel contagio dei “sì e amen” che vengono pronunciati nello stesso momento dalla moltitudine dei credenti, in tutto il mondo.
3. UN LIMITE INSUPERABILE: la parola di Dio tende a raggiungere l’uomo e la donna concreti, nella loro irripetibile condizione. Il “principio di realtà” è talmente una legge teologico-pastorale che dovrebbe agire come correttivo, se non come dissuasione, nella ricerca di spunti omiletici su libri e riviste. Tutto è perso se dirottiamo “altrove” la tensione e l’attenzione. Per favorire la corsa della parola domenicale occorre pazientare nell’attesa e nel silenzio. Come a scuola, non si deve copiare! La parola di Dio sta nei solchi della vita e della storia delle nostre persone e comunità. Lo Spirito ci interpella dal profondo della situazione chiesa-popolo di Dio. Ogni ricorso ai sussidi deve aiutarci a scongiurare la sordità davanti alle voci sommesse del “reale salvifico” della nostra chiesa-comunità in situazione. Essa è alle prese con la parola che agisce in lei-chiesa e in lei-società. Questa coscienza della concretezza obbliga teologicamente a far sì che ogni sussidio resti solo una premessa. Deve dissolversi-annullarsi a servizio di una parola nascente nel e dal cuore della chiesa locale e dei suoi ministri. E’ di Dio solo la parola nascente da e per questa situazione concreta.
4. ATTIVARE TRE DIS-LOCAZIONI: la fedeltà alla comunità cristiana ci chiede una vera e propria dis-locazione. Vanno attivate con diligenza. I riflessi condizionati prevalenti, ahimé, tendono a imporsi come meccanismi dis-traenti rispetto alla radicazione nel frammento di mondo che ci fa da teatro e solo nel quale e a partire dal quale viviamo l’essere unica umanità di Dio. E’ questo il “reale salvifico”dove giace dormiente la stessa parola di Dio. Precisiamo tre operazioni per attuare questa ri-collocazione a servizio di questo risveglio.
Dai presenti agli assenti: il “reale salvifico” muore quando è sequestrato: quando una comunità diventa auto-referenziale porta a morte ogni virtù salvifica e rende impossibile la celebrazione, che è spesso svilita e snaturata a mera esecuzione. Se manca il mondo non c’è neanche la chiesa che è costituita nel/con/per il mondo inteso, sentito e vissuto come famiglia creata e amata da Dio. Per se stessa la salvezza in Cristo de-centra il soggetto che celebra dall’io al noi, dal sé al tu. “Che momento critico vive la comunità umana? Quali sono le sue attese negate? i suoi desideri repressi? le sue bellezze deturpate? Che cielo cerca a tentoni? Come caricarsi sulle spalle il dolore del mondo offeso?”.
Dalla liturgia al soggetto liturgico: il “reale salvifico” non è l’azione in sé (ritualismo), ma la comunità che celebra; così non va pensata la liturgia, ma il soggetto-liturgico, la chiesa che rivive gli eventi salvifici. “Chi è qui e ora la mia comunità? Cosa vive? Cosa soffre? Cosa/Chi la affascina e cosa la accerchia e imprigiona! Qual è il suo stato di luce e di tenebra? Quali le sue contraddizioni”?
Dal tema-valore all’evento spirituale: il “reale salvifico” avviene attraverso gesti e parole, attraverso eventi che segnano una cesura, una divisione, un salto qualitativo. E’ solo dopo l’evento che può seguire la riflessione, la dottrina… La parola con cui Dio si rivela è tale se siamo condotti a vivere la fine del mondo - di un mondo - per inaugurarne un altro. In epoca kerigmatica, la parola tende a suscitare eventi. Ci serve quindi uno smarcamento dalla deriva “scolastica”, razionalistica, ragionativa. “Qual è l’evento che potrebbe traghettare la comunità in uno stadio nuovo? Quale sarebbe il guado da attraversare? Quale volto di Dio, di sé e dell’altro dovrebbe morire e quale risorgere?”.
5. STARE SOTTO LA CROCE DELLE DOMANDE: l’influsso pragmatista - che tende a plagiarci tutti - fa sì che si corra alla ricerca rapida delle “tre parole da dire”. In realtà è solo la sosta paziente che ci serve. Nella dinamica “domanda-risposta” tutto dipende dalla “domanda”. E una domanda è tale solo se è pensata, sofferta: altrimenti resta sterile. E non diventa feconda perché non è conservata in seno. Mai sottovalutare le premesse, le circostanze, le situazioni. Se sofferte, esse generano la domanda giusta. E quando la domanda prende forma nel pensiero e nella preghiera, essa genera più che una soluzione, un “nuovo ordine del cuore”. E questo è il grembo vitale di atteggiamenti e sentimenti, di emozioni e sensibilità che fanno da culla alla parola. Tutto ciò ridesta la parola nascente. Purché si sappia attendere… Dio stesso, nel racconto della creazione, giunge solo dopo sei giorni di fatica al culmine della festa! Si tratta quindi, come Maria, di stare salvificamente sotto la croce, la croce delle domande. E da esse, come dal fianco trafitto di Gesù, sgorgheranno sangue ed acqua, cioè la comunicazione ecclesiale autentica. Una comunicazione che continuerà il processo dell’auto-comunicazione di Dio che ci parla e si intrattiene con noi come ad amici.
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