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Domenica 05 Settembre 2010
MESSA NEL II ANNIVERSARIO DEL DIES NATALIS DI PADRE JB CAPPELLARO I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni,

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- Domenica 05 Settembre 2010
Il° Anniversario del dies natalis di P. Cappellaro

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LO SPIRITO DELLA PAROLA. La storia dell'umanita' e' lasciata anche all'iniziativa umana. In questo momento decisivo del mondo, i problemi urgenti della civilizzazione odierna sono argomenti anche religiosi. Pace, giustizia, liberta� - Martedì 07 Settembre 2010
LO SPIRITO DELLA PAROLA.

Storie di vita

5 x Mille
Ringrazio per la tua disponibilità Saluti cordiali don Gino Moro «presidente»

La foto del mese
 
Coltiva la Pace: Custodisci il Creato
 

 

 

PASQUA DI RISURREZIONE 12.4. 2009
Sabato 11 Aprile 2009

BIBBIA E GIORNALE
PER VIVERE LITURGICAMENTE LA QUARESIMA
* REGOLE PER RISVEgLiARe DAL SONNO lA PARoLA
* interrogativi per le omelie
 
1.       BIBBIA E GIORNaLE: LA BIBBIA “Bibbia e Giornale”, diceva a se stesso il teologo protestante Karl Barth quando era pastora a Safenwill, in Svizzera. Erano i “due libri” da mettere in relazione per preparare il suo sermone domenicale. Il richiamo a questa formula semplice e felice, per non ipnotizzare come tutti gli slogan, deve essere esplicitata per dire il suo senso e la sua preziosità. E’ della parola di Dio che si tratta. O, meglio – ecco una prima precisazione fondamentale - di Dio che ci parola. E Dio ci può parlare solo al presente! Il presente di ogni generazione. Il presente di altri – che per me è passato - può rivivere e diventare il mio presente grazie alla trascendenza eterna della parola di Dio: in questo senso la Bibbia non è la parola di Dio, ma può diventarlo. Qui è bene aver presenti i tre passi senza i quali non abbiamo l’intelligenza della Bibbia. Al primo stadio, ci sono degli eventi storici che persone e comunità hanno vissuto come manifestazioni della presenza e dell’azione divina a loro beneficio. Segue poi, come secondo stadio, una lunga fase narrativa di quegli eventi da parte di comunità che in momento celebrativi specifici e di diversa natura (liturgica, sapienziale, storica, profetica…) ne hanno esplicitato il senso, la forza, il messaggio, la bellezza. Questa fase narrativa è inseparabile dagli eventi e ne consente la interiorizzazione. Essendo parola di Dio, essi contengono una riserva di luce e di forza che consente non solo il ricordo di cose successe, ma la loro attualizzazione, come se attraverso la narrazione essi avvenissero ancora. Come terzo stadio si giunge finalmente alla redazione scritta, da parte di circoli e di persone qualificati di testi scritti, essi dopo un processo di recezione e di autenticazione da parte della comunità vengono accolti come testo canonici. Per le comunità successive agli eventi, il percorso è l’inverso di quello che ha originato il testo. Si parte dal testo scritto. Ci si costituisce nella comunione ecclesiale come comunità interpretativa. E, finalmente, attraverso il processo narrativo e celebrativo, si rivivono gli eventi narrati, accogliendo, qui e ora, la luce e la forza della parola di Dio presente e anche latente negli eventi con cui Dio si è rivelato.
 
2.       BIBBIA E GIORNaLE: IL GIORNALE Come ricorda la lettera agli Ebrei Dio ci ha parlato e ci parla in molti modi. Tutta la creazione e la storia, in modi da precisare, sono espressione della parola e dell’azione di Dio, non perché egli faccia qualcosa ma perché “alle sorgenti della realtà egli che non fa nulla fa sì che tutti si faccia”. In questo senso la parola di Dio si rivela nella storia. Da qui la necessitò di affiancare la parola narrata e latente nella Bibbia alla parola narrata e latente nella nostra storia. E’ sempre la stessa parola a prender carne: la parola nascosta nello scrigno delle Scritture, con i loro diversi generi letterari corre incontro alla parola nascosta nello scrigno dei fatti e degli eventi della nostra storia. Così la parola nelle Scritture decodifica la parola nella storia oggi; e la parola dell’attualità dilata ed esplicita la parola all’origine delle narrazioni bibliche. E’ sempre la danza della parola in gioco! “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (sal 61,12): la parola ha sempre una parte di sé che giace dormente in attesa che il credente e la comunità interpretativa la chiami alla vita con la sua fede: in qualche modo è il credente che pone fine alla kenosis eterna della parola di Dio e la chiama alla vita, ingiungendole: “Talithà, kum!”. Così siamo immersi in una parola avvolgente, da ogni parte. Diacronicamente: ci raggiunge dal passato dove giace in attesa di ri-avvenire, rivelando ulteriore vita; si ridesta nel presente e dal presente, da cuore delle nostre vicende; incombe su di noi dal futuro, sempre avida di ulteriore e altre rivelazioni. Sincronicamente: ci raggiunge nell’intreccio dell’interazione e dell’influsso fecondo tra i diversi soggetti e comunità interpretative, nel contagio dei molteplici “sì e amen” che vengono pronunciati in questo momento storico dalla folla dei credenti. E’ la comunione dei santi!  
 
 
3.       Un limite insuperabile: la parola di Dio obbedisce quindi al disegno della volontà salvifica per l’uomo e la donna concreti, nella loro irripetibile condizione. Il “principio di realtà” è talmente una legge teologico-pastorale che dovrebbe agire come correttivo, se non come dissuasione, a ogni ricerca di spunti omiletici che dirottino “altrove” la tensione e l’attenzione del prete e dell’équipe liturgica. Quando si cerca come favorire la corsa della parola domenicale si deve pazientare nell’attesa e nel silenzio. Non è bene copiare spunti riflessivi dai sussidi. La parola di Dio sta nei solchi della vita e della storia delle nostre persone e comunità. E’ quella la voce dello Spirito che ci interpella dal profondo della situazione chiesa-popolo di Dio immersa nella storia. Gli spunti che offriremo obbediranno a questa “regola liturgica”: scongiurare la sordità davanti alle voci sommesse del “reale salvifico”, cioè il vissuto della propria chiesa-comunità in situazione. Essa è alle prese con la parola-azione di Dio che agisce non solo in lei-chiesa, ma anche nelle società di oggi o, meglio, in lei-società. La parola-azione di Dio per agire nella realtà-società a partire dalla comunità umana dove risiede la comunità cristiana - che andrebbe sentita e vissuta (per fare un esempio) come chiesa-in-Roma e non chiesa-di-Roma. Questa coscienza della concretezza obbliga teologicamente a far sì che ogni sussidio resti solo una premessa. Deve dissolversi-annullarsi a servizio di una parola nascente nel e dal cuore della chiesa locale e dei suoi ministri. In germinazione della tradizione e della comunione ecclesiale, è di Dio solo la parola nascente da e per questa situazione concreta, che chiamiamo “universale concreto”.
 
4.       Attivare tre dis-locazioni: la fedeltà alla comunità cristiana che celebra mi sembra che passi attraverso una vera e propria ri-collocazione. Un de-centramento. Questa dis-locazione va sempre attivata con diligenza. I riflessi condizionati prevalenti tendono a imporsi come meccanismi dis-traenti rispetto alla radicazione nel frammento di mondo che ci fa da teatro e solo nel quale e a partire dal quale viviamo l’essere unica umanità di Dio. E’ questo il “reale salvifico”dove giace dormiente la stessa parola di Dio. Sì, è dormente! E solo noi possiamo risvegliarla. Ad essa, ognuno di noi e tutti noi insieme, come chiesa locale, dobbiamo dire, come Gesù “Talità, kum!”. E allora la parola-bambina si desterà e diventerà eloquente nella nostra al cui interno: la nostra terra abitata dalla parola. Indichiamo tre operazioni iteriori indispensabili. Con esse possiamo risvegliare un frammento della parola-azione che Dio sta determinando qui e ora in questo momento storico.
 
             Dai presenti agli assenti: il reale salvifico muore quando è sequestrato: quando una comunità che celebra diventa auto-referenziale porta a morte ogni virtù salvifica e rende impossibile il celebrazione, che è parola spesso svilita e snaturata a mera esecuzione. Se manca il mondo non c’è neanche la chiesa che nella sua costituzione è da/nel/con/per il mondo inteso, sentito e vissuto come famiglia creata che Dio ama. Per se stessa la salvezza in Cristo de-centra il soggetto che celebra dall’io al noi, dal sé al tu. “Che momento critico vive la comunità umana? Quali soni le sue attese negate? i suoi desideri repressi? le sue bellezze deturpate? Che cielo cerca a tentoni e nei9 suoi inferni? Come caricarsi nelle spalle il doloro del mondo offeso?”.
 
             Dalla liturgia al soggetto liturgico: il “reale salvifico” non è l’azione in sé (ritualismo), ma la comunità che celebra; così non va pensata la quaresima-in-sé, ma il soggetto-chiesa che compie un’attraversata di 40 giorni. “Chi è qui e ora la mia comunità? Cosa vive? Cosa soffre? Cosa/Chi la affascina e cosa la accerchia e imprigiona! Quale il suo stato di luce e di tenebre? Dove corre la lama delle sue contraddizioni”? 
 
             Dal tema-valore all’evento spirituale: il “reale salvifico” avviene attraverso gesti e parole, attraesti eventi interiore che comportano una cesura, una divisione, un salto dal qui a là, da così a colà; la comunità liturgica in quaresima celebra la salvezza come esperienza della fine del mondo - di un suo mondo - per entrare in suo mondo altro: i temi-valori devono obbedire allo scopo di favorire e far av-venire l’evento e non devono quindi essere esposte con mentalità “scolastica”, razionalistica, discorsiva, ragionativa. “Qual è l’evento che potrebbe traghettare la comunità in uno stadio nuovo? Quale sarebbe il guado da attraversare? Quale volto di Dio, di sé e dell’altro dovrebbe morire e quale risorgere?”. 
 
5.       STARE SOTTO LA CROCE DELLE DOMANDE: l’influsso pragmatista - che tende a plagiarci tutti - fa sì che si corra subito alla ricerca della “soluzione”. C’è un’omelia da fare e si cerca la scaletta tematica per svolgere il proprio compito. Internet aumenta le soluzioni pronte all’uso, e quindi l’ambiguità dello strumento per cercare spunti alle proprie omelie. In realtà nella dinamica “domanda-risposta” tutto dipende dalla “domanda”. E una domanda è tale solo se è pensata, sofferta: altrimenti resta vaga premessa che si sorvola rapidamente. La domanda diventa in-feconda E perde fecondità perché non è conservata in seno. Si corre alla cosa da fare, sottovalutando e quasi ignorando le premesse, il dolore nascosto e latente nella comunità. Se sofferte, le situazioni generano la domanda. Quando la domanda nasce in noi, nel pensiero e nella preghiera, essa genera molto più che una soluzione, un “nuovo ordine del cuore”. Questo fa da grembo vitale ad atteggiamenti e sentimenti, a emozioni e sensibilità. Tutto ciò plasma la parola nascente ben prima che salga alle labbra e finisca in una sequenza di punti da esporre. Ecco perché ogni ministro della parola deve fuggire come tentazione grave quella di ricorrere a sussidi che sostituiscano la fatica dei sei giorni. Dio stesso, come insegna la struttura settenaria del racconto della creazione, non giunge se non dopo sei giorni alla festa del settimo giorno, che è la “danza della parola”. Così noi. Si tratta quindi, come Maria, di stare salvificamente sotto la croce delle domande. E da esse, come dal fianco trafitto di Gesù, sgorgheranno sangue ed acqua, cioè la comunicazione ecclesiale autentica. Una comunicazione che continuerà il processo dell’auto-comunicazione di Dio che ci parla e si intrattiene con noi come ad amici
.
6.       IL PROBLEMA: L’OMILETA, NON L’OMELIA: questo sussidio nasce intenzionalmente “contro se stesso”. Vuole spingere il lettore amico che si imbatte su queste pagina, a lavorare su se stesso: a intensificare lo sguardo sulla sua comunità; a interrogarsi sul tragitto che la comunità sta percorrendo, fosse vero nel quadro di un itinerario pastorale per obiettivi; a oggettivare i grumi di resistenza, opacità, ambiguità che frenano la sua vitalità; a discernere il “buco nero” che impedisce un’ulteriore trasfigurazione delle persone e della comunità; a cogliere come si inter-relaziona, condizionandosi, la comunità cristiana e la comunità umana (il mondo). Nessuna situazione è più feconda del “reale salvifico”. Il punto è che tutto congiura alla fuga da questo “reale”, con varie forme di de-realizzazione. Passare attraverso il crogiuolo delle domande dei tre punti appena richiamati è una via per entrare nel deserto del “reale salvifico” e tentare di ascoltare la parola, che esiste solo come parola-in-situazione. Il Signore, con la sua azione salvifica, non disdegna il reale, cioè la nostra umanità. Si immerge in essa, l’abita rendendola atta a ogni forma di auto-trascendenza: redenzione, purificazione, avanzamento, trasformazione. Il Signore in azione “non fa nulla, ma fa sì che tutto si faccia”. Così è determinante non avere fretta, una fretta interiore, di correre alla linea della propria omelia e così risolvere la propria preoccupazione domenicale.
 
7.       LA FUNZIONE DELLE DOMANDE: in coerenza con quanto fin qui detto, nel mio sussidio non offrirò linee di contenuto, tanto meno precisazioni esegetiche, ma piste di domande. Sono convinto che ciò che sveglia la parola dal sonno” è ciò che sveglia anche noi ed è l’arte delle domande e la loro concatenazione logica. Per questo noi ispireremo le domande alle tre dis-locazioni richiamate.

PASQUA DI RISURREZIONE 12.4. 2009
TESTI BIBLICI
At 10,34.37-43. 34 Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, 35 ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. 36 Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti. 37 Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni;    38cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
 
Col 3 1-4 1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
 
Gv 20  Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3 Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti
 
DOMANDE PER L’ATTUALIZZAZIONE
                   (le parole bibliche in neretto guidano l’articolazione
                         della domande nelle tre ottiche di attualizzazione)
Dalla presenti agli assenti:
·                     l’esperienza di Cristo è tesa tra “assenza e presenza”: il volto di Cristo è esso stesso in divenire; un volto si esaurisce e un volto risorge; oggi nelle nostre società ex-cristiane è presente un’assenza di Cristo: come può la comunità cristiana caricarsi di questa “assenza della mancanza” che appiattisce e banalizza la vita?
·                     l’essere umano è di solito incerto, precario, fluido, aperto, e cerca un suo «centro»; come può la comunità diventare soggetto narrativo come Maria: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!»?
·                     ol­tre l'appropriazione, Gesù Cristo non é dei cristiani, ma di tutti gli uomini: lui è non è nostro se non allo stesso tempo del Padre e di tutti; la chie­sa visibile, con la sua forma storica, é una porzione del popolo di Dio, una comunità che ha senso solo nella fedeltà del testimone, non nell'arroganza del proprietario: come nutrirco di queste luci per non umiliare la Pasqua?.
 
Dalla liturgia al soggetto liturgico:
·                     siamo attratti da una realtà vera, bella, buona, luminosa, in modo tale che seguendo tale attrazione diventiamo leggeri, ossia impariamo a non pesare sugli altri, a non spingerli verso il fondo, ma anzi sappia­mo, nel nostro piccolo, sollevarli, essere mo­tivo di liberazione anziché di oppressione? Come vicolo questa “attrazione” leggera di Cristi?
·                     Se impariamo a portare il vuoto, a seguire una via vera per noi e insieme a vedere gli altri, allora scopriamo che i centri sono due. Noi infatti siamo esseri così impastati di re­lazione - relazione con noi stessi e con gli altri - che per esistere bene abbiamo biso­gno appunto di due centri, di una correla­zione tra due punti vitali fondamentali: l'anima in noi, e l'altro, la sua unicità, il suo valo­re ai nostri occhi. Se manca uno di questi due centri fallisce il nostro cammino, ci é impossibile essere noi stessi. Gesù ci fa intravedere che quello che conta, in altre parole, accade sia in noi (la vita dell'anima), sia tra noi (il flus­so delle relazioni).
·                     il modo migliore, più vero, per correlare l'in e il tra é imparare ad amare, cioé rielabora­re originalmente la possibilità di esistere in modo creativo, generoso, fedele, misericor­dioso. E il passaggio dalla legge di gravità alla legge di gratuità. Non si può incontrare il Risorto in alcun modo se non lungo la strada dell'imparare ad ama­re, a donare e condividere la vita. Siamo incamminati su questi sentieri?
 
Dal tema-valore all’evento spirituale:
·                     Questo passaggio richiede una fonte, richiede una Presenza amorosa, Qualcuno che tenga così tanto a noi che sia una forza che non ci abbandona mai. Non un dio mago, non un dio giudice, non un dio teologo, ma un Dio che ci sogna, che é felice per il solo nostro esistere, che desi­dera con tutto il suo cuore la nostra felicità: è di questo Cristo ed è di questa sua Pasqua in noi e fra noi che noi facciamo esperienza?
·                     la salvezza che é il culmine di questo sogno é la lenta nascita, nel nostro mondo, di una comunione così piena e irreversibile in que­sta felicità che nessuno sarà escluso e «Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (Is 25, 8). Gesù ci viene narrato come il punto di incontro credibile tra Dio e l'esperienza della salvezza, di una salvezza così creatu­rale che essa stessa deve nascere, dev'esse­re portata, coltivata come un seme in e tra noi: è di questo Cristo ed è di questa sua Pasqua in noi e fra noi che noi facciamo esperienza? 
·                     Gesù testimonia sempre non un amo­re qualunque, ma precisamente l'amore ge­neroso, nonviolento, fedele, misericordioso. Tanto che anche l'ira e la minaccia di rovi­na in Lui sono attraversati e superati sino all'ultima parola, il perdono totale dall'alto della Cro­ce. Perché il giudizio definitivo di Dio non é un verdetto di tribunale, tanto meno una condanna inappellabile; il giudizio definiti­vo di Dio é Gesù, soprattutto il Gesù della croce e della resurrezione. Gesù é la piena rivelazione della volontà di amore e di bene incondizionato del Padre: è di questo Dio, è di questo Cristo, è di questa sua Pasqua in noi e fra noi che noi facciamo esperienza?.

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