1. BIBBIA E GIORNALE: LA BIBBIA “Bibbia e giornale”, diceva a se stesso il teologo protestante Karl Barth, quando era pastore a Safenwill, in Svizzera. Erano i “due libri” da mettere in relazione per preparare il sermone domenicale. Questa formula, semplice e felice, deve essere esplicitata. E’ della parola di Dio che si tratta, o, più precisamente, di “Dio che ci parla”. E Lui ci parla al presente! Il presente di ogni generazione. Il presente di generazioni passate può rivivere oggi in noi grazie alla trascendenza della parola di Dio. In questo senso la Bibbia non è la parola di Dio, ma può diventarlo. E’ utile ricordare i tre passi che conducono alle Scritture. Prima ci sono gli eventi che persone e comunità hanno vissuto come manifestazioni dell’azione divina a loro beneficio. Poi è seguita una lunga fase narrativa di quegli eventi in comunità celebrative, in stili e forme diversi, che ne hanno esplicitato il senso, la forza, la bellezza. In quanto salvifici, gli eventi contengono una riserva di luce e di forza che consente non solo il ricordo, ma anche la loro attualizzazione. Infine, da parte di circoli e persone qualificati, si giunge alla nascita dei testi che, dopo un processo di recezione, vengono accolti come testi autorevoli (canone). Il nostro percorso è inverso: partiamo dal testo, ci costituiamo poi in comunità interpretative; e, finalmente, attraverso il processo narrativo e celebrativo, riviviamo gli eventi narrati, aprendoci a ulteriore luce, forza e bellezza.
2. BIBBIA E GIORNALE: IL GIORNALE Tutta la creazione e la storia sono espressione della parola di Dio. Non perché il Signore faccia qualcosa come soggetto aggiunto, ma perché, alla sorgente della realtà, egli “fa sì che le cose si facciano”. Da qui la necessità di affiancare Bibbia e storia. In entrambe, latente e dormiente, giace la stessa parola di Dio. La parola nascosta nello scrigno delle Scritture corre incontro alla parola nascosta nello scrigno degli eventi. La parola nelle Scritture decodifica la parola nella storia; e la parola nell’attualità dilata ed esplicita la parola all’origine delle narrazioni bibliche. E’ sempre la danza della parola in gioco! “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (Sal 61,12): la parola è sempre in parte dormiente, in attesa di essere chiamata alla vita. E’ il credente che pone fine alla kenosis della parola di Dio. E la chiama alla vita ingiungendole: “Talithà, kum!”. Così siamo immersi da ogni parte nella nube luminosa della parola. Diacronicamente essa ci raggiunge dal passato dove giace in attesa di ri-avvenire, rivelando ulteriore vita; si ridesta nel presente e dal presente, dal cuore delle nostre vicende; incombe su di noi dal futuro, sempre avida di ulteriori e altre rivelazioni. Sincronicamente essa ci avvolge nell’intreccio e nell’interazione feconda tra i diversi soggetti e comunità interpretative, nel contagio dei “sì e amen” che vengono pronunciati nello stesso momento dalla moltitudine dei credenti, in tutto il mondo.
3. UN LIMITE INSUPERABILE: la parola di Dio tende a raggiungere l’uomo e la donna concreti, nella loro irripetibile condizione. Il “principio di realtà” è talmente una legge teologico-pastorale che dovrebbe agire come correttivo, se non come dissuasione, nella ricerca di spunti omiletici su libri e riviste. Tutto è perso se dirottiamo “altrove” la tensione e l’attenzione. Per favorire la corsa della parola domenicale occorre pazientare nell’attesa e nel silenzio. Come a scuola, non si deve copiare! La parola di Dio sta nei solchi della vita e della storia delle nostre persone e comunità. Lo Spirito ci interpella dal profondo della situazione chiesa-popolo di Dio. Ogni ricorso ai sussidi deve aiutarci a scongiurare la sordità davanti alle voci sommesse del “reale salvifico” della nostra chiesa-comunità in situazione. Essa è alle prese con la parola che agisce in lei-chiesa e in lei-società. Questa coscienza della concretezza obbliga teologicamente a far sì che ogni sussidio resti solo una premessa. Deve dissolversi-annullarsi a servizio di una parola nascente nel e dal cuore della chiesa locale e dei suoi ministri. E’ di Dio solo la parola nascente da e per questa situazione concreta.
4. ATTIVARE TRE DIS-LOCAZIONI: la fedeltà alla comunità cristiana ci chiede una vera e propria dis-locazione. Vanno attivate con diligenza. I riflessi condizionati prevalenti, ahimé, tendono a imporsi come meccanismi dis-traenti rispetto alla radicazione nel frammento di mondo che ci fa da teatro e solo nel quale e a partire dal quale viviamo l’essere unica umanità di Dio. E’ questo il “reale salvifico”dove giace dormiente la stessa parola di Dio. Precisiamo tre operazioni per attuare questa ri-collocazione a servizio di questo risveglio.
Dai presenti agli assenti: il “reale salvifico” muore quando è sequestrato: quando una comunità diventa auto-referenziale porta a morte ogni virtù salvifica e rende impossibile la celebrazione, che è spesso svilita e snaturata a mera esecuzione. Se manca il mondo non c’è neanche la chiesa che è costituita nel/con/per il mondo inteso, sentito e vissuto come famiglia creata e amata da Dio. Per se stessa la salvezza in Cristo de-centra il soggetto che celebra dall’io al noi, dal sé al tu. “Che momento critico vive la comunità umana? Quali sono le sue attese negate? i suoi desideri repressi? le sue bellezze deturpate? Che cielo cerca a tentoni? Come caricarsi sulle spalle il dolore del mondo offeso?”.
Dalla liturgia al soggetto liturgico: il “reale salvifico” non è l’azione in sé (ritualismo), ma la comunità che celebra; così non va pensata la liturgia, ma il soggetto-liturgico, la chiesa che rivive gli eventi salvifici. “Chi è qui e ora la mia comunità? Cosa vive? Cosa soffre? Cosa/Chi la affascina e cosa la accerchia e imprigiona! Qual è il suo stato di luce e di tenebra? Quali le sue contraddizioni”?
Dal tema-valore all’evento spirituale: il “reale salvifico” avviene attraverso gesti e parole, attraverso eventi che segnano una cesura, una divisione, un salto qualitativo. E’ solo dopo l’evento che può seguire la riflessione, la dottrina… La parola con cui Dio si rivela è tale se siamo condotti a vivere la fine del mondo - di un mondo - per inaugurarne un altro. In epoca kerigmatica, la parola tende a suscitare eventi. Ci serve quindi uno smarcamento dalla deriva “scolastica”, razionalistica, ragionativa. “Qual è l’evento che potrebbe traghettare la comunità in uno stadio nuovo? Quale sarebbe il guado da attraversare? Quale volto di Dio, di sé e dell’altro dovrebbe morire e quale risorgere?”.
5. STARE SOTTO LA CROCE DELLE DOMANDE: l’influsso pragmatista - che tende a plagiarci tutti - fa sì che si corra alla ricerca rapida delle “tre parole da dire”. In realtà è solo la sosta paziente che ci serve. Nella dinamica “domanda-risposta” tutto dipende dalla “domanda”. E una domanda è tale solo se è pensata, sofferta: altrimenti resta sterile. E non diventa feconda perché non è conservata in seno. Mai sottovalutare le premesse, le circostanze, le situazioni. Se sofferte, esse generano la domanda giusta. E quando la domanda prende forma nel pensiero e nella preghiera, essa genera più che una soluzione, un “nuovo ordine del cuore”. E questo è il grembo vitale di atteggiamenti e sentimenti, di emozioni e sensibilità che fanno da culla alla parola. Tutto ciò ridesta la parola nascente. Purché si sappia attendere… Dio stesso, nel racconto della creazione, giunge solo dopo sei giorni di fatica al culmine della festa! Si tratta quindi, come Maria, di stare salvificamente sotto la croce, la croce delle domande. E da esse, come dal fianco trafitto di Gesù, sgorgheranno sangue ed acqua, cioè la comunicazione ecclesiale autentica. Una comunicazione che continuerà il processo dell’auto-comunicazione di Dio che ci parla e si intrattiene con noi come ad amici.
1^ DOMENICA DI QUARESIMA 1.3. 2009
TESTI BIBLICI
Genesi 9,8-15. 8 Dio disse a Noè e ai sui figli con lui: 9 «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; 10 con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca. 11 Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra». 12 Dio disse: «Questo è il segno dell'alleanza, che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne. 13 Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra. 14 Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi 15 ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. 16 L'arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra».
1 Pt 3,18-22 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. 19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20 essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua. 21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 22 il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.
Mc 1,12-15 12 Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto 13 e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. 14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
DOMANDE PER L’ATTUALIZZAZIONE
(le parole bibliche in neretto guidano l’articolazione
delle domande nelle tre ottiche di attualizzazione)
Dai presenti agli assenti
• quale evento della nostra epoca può essere segno ed espressione, anche embrionale, della pienezza del tempo? Vedo un legame tra questa pienezza è il pur faticoso tendere dell’umanità a diventare una sola famiglia interdipendente?
• quale lettura, diversa dalle consuete, del fenomeno migratorio può essere piccolo frammento del disegno di Dio? come far sentire la fine dello stato-nazioni interna al disegno di Dio di stendere il suo arcobaleno su tutto il genere umano?
• come aiutare la mia comunità a collegare l’itinerario quaresimale con l’itinerario verso un’umanità interrazziale, fatto di “io ospitali e non ostili”? E come orientare il vissuto ecclesiale ad essere a servizio del vissuto umano dei fratelli e delle sorelle che ci circondano e nel cui nome noi siamo riuniti qui in assemblea (itinerario liturgico a servizio d’itinerario culturale)?
Dalla liturgia al soggetto liturgico:
• quale forma di vita, di relazioni, di dinamica sociale può attualizzare nella comunità l’annuncio di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”, nella coscienza (molto assente) che viviamo pur sempre nell’era della pienezza e non dell’indigenza?
• la mia gente ha almeno l’intuizione di una certa “situazione ideale” che la attragga, che .liberi in lei energie? C’è una componente di “sogno divino” analoga a quella che abitava la coscienza di Gesù? C’è mai nella mia gente l’intuizione che Gesù inaugura – ma non esaurisce – la pienezza del tempo?
• La realtà biblica del deserto nasce dopo la chiama alla libertà e come condizione di libertà; il deserto non è fine a se stesso, ma nasce proprio quando si accede la passione del futuro? Come orientare al futuro la mia comunità, dando come senso alla quaresima la lotta contro la mirte di frutto e di alternative nella storia?
Dal tema-valore all’evento spirituale:
• l’antica edizione etico-morale del cristianesimo spinge a ridurre la fede a comportamenti, a parole e gesti che hanno l’uomo per centro e autore (concezione devozionale); come posso prospettare al contrario alla mia comunità una fede basata sull’iniziativa di Dio che chiama l’uomo ad immergersi nell’azione di Dio (battesimo) e a farla emergere (concezione messianica)?
• la quaresima è un tempo intrinsecamente catecumenale, tutto teso al battesimo della pasqua e ad indossare quelle veste bianca che verrà portata per otto giorni, dalla notte del battesimo, il sabato santo, alla domenica in “albis”: come prospettare l’attualizzazione di questa tensione trasformante in un popolo di battezzati come il mio?
• come favorire l’esperienza del Dio che non è vendicativo e che ha promesso che per niente al mondo, quale che sia la riedizione di Sodoma e Gomorra, ripeterà il diluvio? Come “evangelizzare” l’immagine di Dio come Padre misericordioso del Dio di ogni consolazione? Come far gustare alla comunità – con un gesto dei bambini? – il senso del segno dell’arcobaleno?